Dopo aver soddisfatto i bisogni primari (fame, sete, necessità di proteggersi dalle fiere e dalle intemperie), l’uomo comincia a porsi le prime domande. Tra tutti gli esseri dei regni dei viventi egli ha infatti lo straordinario privilegio di chiedersi perché?, mettendo in moto dinamiche grazie alle quali l’individuo ha potuto utilizzare le potenzialità del proprio intelletto, non disgiunte dalla naturale inclinazione alla trascendenza, alla spiritualità in senso lato. Ciò ipotizzerebbe una visione unitaria dell’esistenza e del Creato, sia per quel che riguarda il visibile e materiale, sia per ciò che, seppur invisibile, appariva altrettanto e forse più determinante di quanto esperito esclusivamente attraverso i cinque sensi. Nascono così le culture che cominciano a diversificarsi per una soggettiva interpretazione della realtà, anche a causa dei condizionamenti climatici e geografici. Esse sono caratterizzate da visioni differenti ma con almeno un aspetto in comune: ‘sostanza’ ed ‘energia’, ‘materiale’ e ‘immateriale’, ‘spirito/mente’ e ‘corpo’ sono parti della stessa realtà, appartenenti alla stessa sfera conoscitiva. I processi storici ed evolutivi avrebbero portato nel corso dei secoli ad una progressiva separazione dei due ambiti. I tempi sarebbero stati quindi maturi affinché il filosofo Descartes identificasse la coscienza unicamente con le facoltà mentali, operando una cruciale separazione tra mente13 e corpo. Al filosofo è stato probabilmente attribuito un eccesso di responsabilità sulla questione: le sue riflessioni potrebbero esser riviste alla luce di nuove considerazioni. Egli potrebbe essere stato indotto dell'esigenza di chiarire i due ambiti (res cogitans e res extensa, culturalmente entrati un po' in confusione), forse ignorando l’uso inappropriato che ne sarebbe stato fatto nei secoli successivi a causa di strumentalizzazioni in ambito scientifico e religioso. Chissà, Cartesio potrebbe aver operato la storica scissione allo scopo di una ridefinizione concettuale dei due termini; l'umanità avrebbe potuto ricomporre il quadro in una fase più matura.
A ben vedere, la questione Cartesiana sembrerebbe richiamare taluni risvolti positivi riguardo una transitoria separazione mente-corpo: è il caso di particolari passaggi nelle trances mistiche, in quelle sciamaniche, in modalità meditative e ipnotiche, in cui gli esseri umani fanno esperienza della psiche e della coscienza del corpo proprio grazie a processi dissociativi; la successiva reintegrazione ne beneficerà senz’altro. Richiamando degli esempi clinici14, tecniche ipnotiche vengono utilizzate persino in sala operatoria (oltre che in ambito psicoterapeutico), in pazienti che non sopravvivrebbero all'anestesia durante l’intervento chirurgico. La persona viene invitata ad 'abbandonarsi' ad un flusso di totale armonia: il ricorso dissociativo consente di neutralizzare il dolore e la paura dell’intervento, facilitando una diversa percezione. Il 'ricongiungimento armonico’ delle due res, apre al paziente non solo la prospettiva della guarigione in senso stretto, ma anche l’acquisizione di nuova consapevolezza circa le proprie possibilità e la capacità di essere in qualche modo un po’ più padrone della propria vita.
Tornando al nostro filosofo, certo siamo ancora ben lontani dalla consapevolezza del ruolo delle emozioni, l’“inforegno” (come le definisce
la  Pert)  tra  mente  e  corpo;  ma  c’è  da  riflettere  circa  il  termine ‘razionalista’ attribuita a Cartesio, col suo parlarci di anima e di una ghiandola (quella pineale) quale sede di essa15. E che dire del fatto che, per arrivare ad una presunta verità, il filosofo sosteneva di dover partire dall'intuito. Per non parlare del penso dunque sono, vago e suggestivo riecheggiare dell'Io Sono.
Oltre quelle che possiamo individuare quali esigenze squisitamente filosofiche oppure rozzamente utilitaristiche, varrebbe la pena domandarsi come mai si sia verificata tale progressiva separazione per poi ritrovarci lentamente a ricucire, riparare, ripristinare, una concezione unitaria (inerente tanto il micro quanto il macro-cosmo), grazie a un processo iniziato quasi un secolo fa. Il dibattito sull’alternanza di mistero e rivelazione che caratterizza l’umana esistenza sarebbe davvero complesso. Forse il tema che stiamo trattando ha stimolato l’umanità a nuove esperienze, a viaggiare al di fuori del conosciuto, affinché il ‘ritorno’ alla consapevolezza delle origini si realizzasse nel migliore dei modi; un utilizzo più conscio e responsabile del libero arbitrio, dell’autodeterminazione.
Potremmo allora concepire una prima fase in cui gli esseri umani hanno attraversato un tempo edenico, un mondo adamitico in cui ciò di cui si godeva era scontato, uno stato di coscienza limitato, in-consapevole, come in un sogno costante, una eterna infanzia. Analogamente al vissuto di ogni singolo uomo, è solo attraverso un sano distacco dalle figure genitoriali e tutoriali che si apprende a ‘camminare’, a esercitare le proprie scelte: in breve, a diventare adulti. Quanti di noi hanno dovuto separarsi dalla propria casa, dalla propria famiglia, da tutto ciò che amano, per comprendere, spesso in solitudine, ‘chi sono’ e il vero valore di ciò che li circonda? Sembrerebbe esserci una curiosa corrispondenza tra il vissuto di ogni individuo, quello dell’umanità e l’acquisizione del discernimento attraverso una serie di esperienze che corrispondono ai molteplici stati di coscienza, escludendo il ricorso a sostanze psicotrope o eccessi di vario
genere. Forse è stato necessario vivere nella separazione per comprendere coscientemente il valore dell’unità. Forse sono proprio queste le condizioni che permettono di intraprendere il metaforico ‘viaggio di ritorno’ verso l’origine, il collegamento, l’armonia. Ce lo insegna il sommo poeta Dante Alighieri, il quale, passando dalla ‘selva oscura’, attraversa le tre cantiche, ricongiungendosi alla propria origine, scorgendo la sorprendente e inaspettata verità che straordinariamente si rivela ai suoi occhi e al suo sentire:
Quella circulazion che sì concetta pareva in te come lume reflesso, da li occhi miei alquanto circunspetta, dentro da sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.