L’esigenza di un cambiamento nella nostra epoca rivela sempre più la necessità di un recupero di qualcosa di antico ed essenziale accanto a nuovi linguaggi, nuove riflessioni, nuove certezze. Il ponte tra passato e presente risulta inevitabile per la creazione di una realtà paradigmatica più consona ai bisogni dei protagonisti del terzo millennio. L’espressione di Bert Hellinger Senza radici non si vola ricorda come, per poter superare stili desueti e accedere a fasi più evolute, il tema delle radici diventa imprescindibile. La suggestiva allegoria dell’albero si presta egregiamente: tanto più le sue radici sono forti e profonde, tanta più acqua e sali può attingere dal basso, cioè dalla terra, perché si compia, grazie alla luce solare proveniente dall’alto, il miracolo della fotosintesi clorofilliana. Restando nell’ambito della simbologia botanica, se facessimo un disegno stilizzato della pianta (riducendo alla sua essenza l’oggetto della nostra osservazione) vedremmo che l’immagine potrebbe essere capovolta senza quasi modificarne la forma. Le parti inferiori, che prima penetravano il terreno, prenderebbero allora il posto delle fronde, irrorandosi di luce e calore, mentre i rami, precedentemente protesi verso l’alto, andrebbero a nutrirsi di acqua e minerali. Una metafora secondo la quale le parti più materiche e scure celano un anelito energetico e luminoso, mentre quelle più eteree racchiudono potenziale sostanza e riflesso di un universo ctonio; la simbologia cinese sintetizza tale concetto nell’antica rappresentazione del tau. Volenti o nolenti facciamo parte di questo affascinante universo simbolico, collegamento tra corporeo e immateriale, anelli di una catena materica e psichica, terrena e cosmica, la cui qualità risiede nell’interdipendenza di ogni elemento, ognuno con le proprie qualità di adattamento ed evoluzione.
Indagare storia e metastoria porta a scoprire le radici umane al contempo di quelle psico-spirituali: lo stato delle une ha riflessi sulle altre. In questo senso gli individui rappresentano una realtà bidimensionale che la scienza non può più ignorare, pena l’evoluzione, il benessere, la salute. Mentre siamo abituati a guarigioni fisiche che spesso stimolano gli individui ad interrogarsi sul reale senso della vita e acquisire maggiore consapevolezza, si fa ancora fatica a credere che riequilibrando il piano etereo si possa incidere anche su quello fisico. Eppure sono tanti i casi ‘inspiegabili’ di guarigione al di fuori di protocolli standard. Forse prima o poi diverrà un dato di fatto: armonizzando le basi psico-spirituali, anche quelle fisiche diventano più sane e rigogliose, agevolando lo stato di salute fisica e mentale. Le terapie farmacologiche sono fondamentali: ma non è più un mistero il fatto che, se all’inevitabile carico allostatico rispondiamo con stili di vita, sani piaceri, amorevolezza, condivisione, gioia, contemplazione, creatività, anche la biochimica del corpo risponderà di conseguenza. Se è vero che senza le proprie radici umane non si vola, nella trascuratezza di quelle psico-spirituali è difficile tenere i piedi per terra, modellare la propria materia.
Ci muoviamo con una certa sicurezza nei meandri della sostanza fisica, perlomeno in ciò che di essa conosciamo; le cose si complicano quando si valica il confine verso quanto non è così facilmente misurabile, soprattutto con riferimento a ciò che le culture hanno cercato di identificare come ‘spirito’. Eppure, tutte le realtà etnologiche interpretano e organizzano le basi sociali su una realtà trascendente. Persino quelle considerate ‘avanzate’ hanno conosciuto una notevole espansione sui fondamenti di un pensiero cosmogonico. Così è stato per le più note civiltà: egiziana, babilonese, sumera, fenicia, cinese, amerindia, fino alla Grecia classica con l’innatismo platonico, fonte di ispirazione degli archetipi junghiani. Il filosofo greco relegava in un luogo celeste le idee di tutte le cose, ovvero quei modelli originari o ‘Urbilden’, ritenuti più reali delle cose stesse29. Successivamente, Plotino e il neoplatonismo avrebbero interpretato la realtà delle cose come proiezioni dell’archetipo primigenio, il noûs, il divino.