Non è semplice definire la coscienza: nel corso del tempo approcci medici e psicoanalitici l’hanno localizzata in svariate aree cerebrali. Oggi sappiamo che essa è diffusa a vari livelli psichici e corporei: oltre gli aspetti razionali, la sua essenza si sperimenta attraverso una molteplicità di stati ‘non ordinari’: grazie ad essi si può accedere ad una percezione più ‘intimamente espansa’, in cui il sé e l’altro da sé sono fortemente connessi, come pure pensieri, sensazioni, organi, cellule. Ad una progressiva connessione della diade mente-corpo corrisponderebbe uno stato sempre più armonico e sempre più cosciente. Esulando dalla pretesa di compiere cammini di perfezione e scelte mistiche estreme (le quali tenderebbero, tra l’altro, a trascendere la materia), antichi e moderni approcci di aiuto e auto-aiuto stanno dimostrando una significativa efficacia anche nell’ambito clinico. Essi si ispirano a pratiche meditative, ipnotiche, contemplative, volte ad una sempre maggiore capacità di percezione corporea e degli aspetti più profondi e impalpabili dell’essere, in virtù di un loro collegamento. Innanzitutto preme chiarire che gli stati di coscienza solo fino a pochi anni fa definiti ‘alterati’, (possessioni rituali, trances mistiche e sciamaniche, ipnosi, ecc.) non dovrebbero più essere considerati tali, bensì modalità di intendere e gestire l’unità mente-corpo al fine di eludere stati patologici gravi (soprattutto di pertinenza psichiatrica), recuperare la salute psico-fisica, o semplicemente per acquisire maggiore consapevolezza e chiarezza mentale.
Vediamo dunque come le culture antiche abbiano sempre agito in modo tale da mantenere un contatto con ogni parte del proprio sé, e tra questo con qualcosa al di fuori, interpretato di volta in volta con sfumature diverse, ma tutte riconducibili ad una visione esistenziale unitaria. Probabilmente era necessario attraversare l’intera storia umana, dalla notte dei tempi fino a oggi, fruire di passati insegnamenti, nuove intuizioni e scoperte scientifiche, per poter riformulare il senso dell’unione attraverso modalità che ampliassero i livelli di percezione. E comprendere a fondo il significato di un tempo non ordinario accanto a quello organizzato e organizzabile, e cosa significhi vivere/sentirsi separati dal grande ‘abbraccio cosmico’, che in mancanza di una via spirituale definita
può identificarsi semplicemente con l’etica, la compassione, l’empatia, la solidarietà, l’umanità, l’amore. E quanto il ‘sentirsi separati’, immersi in una solitudine esistenziale, possa influire sul benessere e persino sulla salute.
Etimologicamente il termine ‘coscienza’ deriva dal latino cum-scire (sapere insieme), volto evidentemente ad indicare la consapevolezza dell’universo dentro e fuori di sé con cui ogni individuo è in rapporto. Il suffisso cum sembrerebbe sottolineare una relazione imprescindibile con se stessi o una alterità, sia essa umana, animale, vegetale, materiale, spirituale o inanimata, grazie alla quale la soggettività si delinea, si definisce, prende corpo. Difficile immaginare di potersi relazionare con qualcosa o qualcuno che a sua volta non possieda una qualche coscienza, o perlomeno una intrinseca essenza.
Le piante hanno sicuramente un apparato nervoso differente da quello umano, eppure sembrano crescere in modo più rigoglioso e produrre maggiore quantità di frutti, pur senza l’utilizzo di fitofarmaci, se trattate con garbo o esposte a determinate frequenze musicali. Nel campo della materia inanimata, controversa è ancora la questione volta a mettere in evidenza la differenza sostanziale fra cristalli di acqua ‘informata’ con parole quali ‘amore’ e ‘gratitudine’ oppure ‘odio’ e ‘guerra’. Se tali tematiche affrontate giapponese Masaru Emoto sono state considerate pseudo-scientifiche, interessanti ricerche sulla capacità informazionale dell’acqua risultano congruamente articolate in un’ampia bibliografia, grazie agli studi del fisico italiano Emilio del Giudice ed altri. Immaginiamo allora cosa potrebbe accadere nel corpo umano, formato più o meno dal 70% di acqua, semplicemente modificando in modo consapevole il linguaggio! Siamo portati a sorridere di fronte a simile ipotesi finché ufficialmente saranno considerate bizzarre: ricordiamo però che solo qualche decennio fa anche le pratiche meditative, di cui oggi si riconosce l’efficacia, suscitavano atteggiamenti di scherno.
Fortunatamente, menti aperte le hanno accolte prima ancora della loro validazione.
Abbiamo toccato questioni apparentemente lontane dal tema del paragrafo semplicemente per sottolineare quanto la coscienza sia ancora lontana dal trovare una qualche precisa definizione. Allo stesso tempo non si può prescindere da essa nella formulazione di nuovi modelli di cura integrata. Il ‘sapere insieme’ andrebbe allora inteso quale intento che sappia unire le scoperte scientifiche alla coralità delle discipline e delle esperienze umane, anche quando esse sono difficilmente catalogabili; sembrerebbe la sfida di questo millennio.