Cos’è l’armonia? E perché ne siamo costantemente alla ricerca anche quando apparentemente ci comportiamo in modo inconsulto, magari per mascherarne il bisogno, occultando fragilità che ci impediscono di raggiungerla? Il termine viene dal greco armózein che significa letteralmente collegare, unire, essere d’accordo. Interessante è la radice ar che costituisce la base etimologica di alcune parole tra cui arte, l’espressione del creare (che pure ne conserva la desinenza): attitudine che, seppur con modalità diverse, appartiene a ogni individuo.
Sembra dunque che gli esseri umani siano naturalmente inclini al ‘collegamento’, propensione che manifestano negli ambiti più svariati: dall’attaccamento madre-bambino, alle relazioni coi propri simili e la spinta a completarsi con l’altro sesso, al legame indissolubile tra mente e corpo, nel cui equilibrio risiede lo stato di salute fisica e mentale. Escludendo malattie causate da fattori prettamente esogeni, sul cui decorso pure incidono vissuti emozionali, il nuovo paradigma tende ad evidenziare gli aspetti prioritari della sfera psichica e i processi che si innescano per somatizzazione. Inoltre -per quel che conosciamo grazie all’antropologia, alla filosofia e alla storia delle religioni, relativamente a ciò che viene interpretato e vissuto come ‘spirito’-, la spinta al ricongiungimento si espande verso una connessione di respiro cosmico, ancor più intima e misterica. Essa può riferirsi a un’ideale quale ‘unità divina’ (origine e anelito di ogni forma e sostanza) o più genericamente a un concetto di
‘energia’, ‘archetipo primigenio’, ‘pensiero primario’, ‘io creativo’: qualunque sia la visione soggettiva o comunitaria, possiamo dire che la disposizione all’armonia sia ascrivibile alla sfera psico-spirituale, ultraterrena, trascendentale, quale dimensione prioritaria, ma mai disconnessa dal referente materico-corporeo.
Antropologicamente l’uomo, lontano da logiche esclusivamente razionalistiche, non opera i distinguo propri delle moderne categorie mentali con riferimento a concetti riguardanti gli ambiti materiali e immateriali. Un presupposto che tendenzialmente accomuna le culture originarie, agenti sulla spinta di pulsioni animiche1, comuni ad ogni latitudine. ‘Fonte Divina’ / ‘Pensiero Primario’ / ‘Io Creativo’: tante sono state dunque le modalità e le rappresentazioni concettuali messe in atto nell’intenzione di raggiungere l’armonia cui si anela. Religioni mono e politeistiche, culti estatici, rituali magico-religiosi, filosofie e movimenti spirituali, sciamanesimo, meditazione, ipnosi, utilizzo simbolico e al contempo fitoterapico delle piante medicinali e sacre: tutto ciò può talvolta sembrarci limitante, ridicolo, fuori luogo, anacronistico e persino (e realisticamente) violento nelle sue manifestazioni più estreme. Eppure, per quanto talvolta si faccia fatica a riconoscerlo, tutte le modalità considerate rispondono a una esigenza di collegamento, di appartenenza a
‘qualcosa’ o ‘qualcuno’ che garantisca sicurezza e protezione, nutrimento e calore, accoglienza e riconoscimento. In breve: a quell’inspiegabile desiderio di sentirsi amati, o al semplice bisogno di sentirsi/essere in salute. La paura e le difficoltà a conseguire lo stato di benessere e di creatività atta a raggiungerlo, per cui il corpo e tutto l’essere sono naturalmente predisposti, spinge gli uomini a ricercare a qualunque costo ciò che possa colmare le proprie innate pulsioni. Queste sono biologicamente2 riducibili ai bisogni degli organismi viventi di ossigeno, acqua e cibo, quindi all’esigenza di protezione e aggregazione. Nelle dinamiche evolutive tali impulsi hanno altresì proiettato connotazioni simboliche, legandosi indissolubilmente agli aspetti emozionali. È così che per nutrimento e sete si intende anche qualcosa che va oltre il cibo e l’acqua, il sentirsi soffocare può essere indipendente dalla salubrità dell’aria o una materiale stretta alla gola, mentre protezione e
aggregazione si legano a sensazioni quali accudimento, riconoscimento, accettazione, ecc.; del resto, il linguaggio che utilizziamo abbonda di metafore. Laddove esperienze benefiche a un percorso armonico risultino carenti, gli individui manifestano una propensione a ricorrere a spasmodici e pericolosi ‘surrogati’3, talvolta mortali per sé o per gli altri; o quanto meno alteranti equilibri psichici individuali e sociali. Il ventaglio è ampio e spazia da morbilità di ogni genere, a disturbi della personalità, a forme di dipendenza, con tutte le ricadute del caso a livello comunitario. Per ciò che concerne le dipendenze, siamo ormai a conoscenza della vastità del loro raggio di azione: dalle relazioni affettive al fanatismo religioso all’uso di sostanze stupefacenti, morbosità sessuali, ludopatie e simili. Qualunque sia l’ambito in cui si manifestano, esse condizionano in modo cruciale la vita del soggetto, l’ambito famigliare fino alla comunità di appartenenza. Spesso, quando carenze profonde, unitamente a problematiche economico-sociali, coinvolgano un gruppo più o meno allargato, ne viene condizionato l’intero sistema culturale, che tende a modificarsi al punto da giustificare e sostenere azioni più o meno malsane4, sviluppando modalità sempre più inadeguate alla vera essenza dell’individuo inteso nella sua unità di mente e corpo.
L’esigenza di un nuovo umanesimo che apra a nuove prospettive esistenziali e pragmatiche si percepisce ormai da diversi decenni, divenendo ai nostri giorni più urgente che mai nell’ambito delle relazioni umane, in quello terapeutico, in quello politico-economico-sociale fino a quello scientifico e formativo. Sembrerebbe giunto il momento profetizzato da Claude Bernard5 in cui le diverse discipline, gli ambiti di ricerca e, in generale, gli esseri umani, dovrebbero unirsi ai fini di un grande progetto etico ed evolutivo.
L’apertura delle neuroscienze a nuove tematiche e la nascita della P.N.E.I. ha indubbiamente definito nuove frontiere del potenziale umano. Finalmente si riconosce l’esistenza di un dialogo tra i due massimi sistemi6, la continua comunicazione tra mente e corpo, data per certa dalla primigenia saggezza umana7.
Per quanto riguarda il passato, non si può certo rigettare tutto ciò che abbiamo realizzato in secoli di filosofia e scienza; quest’ultima, non dimentichiamolo, plasmata dalla prima. Le vicende che si susseguono sono imprescindibili le une dalle altre, tutte fonte di conoscenza; tagliare o occultare pezzi del tempo trascorso è altrettanto negativo quanto restarne avvinghiati. Potrebbe però essere utile ripercorrere storia e metastoria, aprendo mente e cuore per una lettura profonda e significativa delle esperienze umane. E laddove il passato apparisse migliore del presente, i rimpianti rischierebbero di tenerci paralizzati; diverso è l’utilizzo della memoria che permette di andare alla radice di noi stessi, per comprendere qualcosa di più di ciò che qui e ora, e ancor più universalmente, ‘siamo’. Alla luce di una conoscenza che tenda sempre più verso una coscienza integrata, che allarghi l’orizzonte in universi ancora insondati, le nuove tecnologie, la scienza, la medicina, possono davvero mettersi al servizio dell’uomo e non il contrario. Ricordando il premio Nobel John Eccles, “affinché la medicina non diventi un insieme di dogmi, o peggio ancora, una superstizione, col pretesto del non è scientifico”8
Relativamente al campo medico, accanto alla sacrosanta necessità di farmaci che salvano o migliorano la vita e di sperimentazioni scientifiche che osservino criteri rassicuranti, varrebbe la pena chiedersi anche cosa possa contribuire ad una cura sempre più efficace, quanto possa essere ampio e articolato il ventaglio delle diagnosi e delle terapie, e la necessità di una loro integrazione. Scopriamo ogni giorno di più che la guarigione è qualcosa di più complesso dell’assenza di malattia o di quanto possa intendersi in laboratorio; i meccanismi che intervengono al suo conseguimento non sono sempre misurabili, perlomeno non sempre con i metodi comunemente utilizzati. Nuovi approcci e nuove tecnologie non convenzionali stanno facendosi strada, creati sulla base di conoscenze di biofisica, biorisonanza e informatica, ma sempre fondati sulla visione olistica dell’essere umano. Accanto all’interpretazione dei dati, è fondamentale il recupero di capacità terapeutiche proprie dei medici del passato, quando uno sguardo, una frase o il semplice ‘tocco’ del paziente, rivelava e curava grazie all’intuito e all’empatia. Qualità innate che non solo gli specialisti ma tutti noi abbiamo un po’ perso per strada; virtù di cui le recenti ricerche neuroscientifiche dimostrano la rilevanza non solo in campo psichico ma anche in quello biologico, come attestano, tra tutti, gli studi di Giacomo Rizzolatti9.
Innegabili i grandi progressi della medicina; rendiamo merito a quanti, medici e personale paramedico, lavorano in strutture sanitarie tra mille difficoltà e disagi. Allo stesso tempo, pensiamo a quanto di più potrebbero offrire avanzamenti scientifici e risorse umane qualora si aprissero le porte a nuove sperimentazioni, ipotesi (sulle quali Claude Bernard basava le proprie ricerche), intuizioni, approcci di aiuto e auto-aiuto. Si tende a rigettare a priori tutto ciò che ‘non è scientifico’ includendo anche quanto meriterebbe una più attenta osservazione. In realtà, al tempo non erano ancora scientifici nemmeno i bagliori emessi dai sali di uranio rilevati dallo scienziato Antoine Henri Bequerel. Eppure, Marie Curie dedicò la sua tesi di dottorato e tutta la sua vita alle emissioni
spontanee di alcuni elementi chimici, cominciando a bollire quintali di pechblenda. E che dire della tavola periodica degli elementi sognata da Mendeleev!
Poi sarebbe auspicabile che le scelte mediche non poggiassero su interessi economici di livello incalcolabile, in grado di manipolare la nostra salute; ciò rende conto delle difficoltà al cambiamento qualora esso intacchi interessi economici di particolare livello, oltre che sistemi di credenze e poteri particolarmente consolidati.
Un mutamento agisce tanto in profondità quanto più provenga da un nuovo modo di osservare la realtà e quanto più si rifletta con dedizione e flessibilità su ogni azione del vivere, ogni pensiero e ogni parola, con umiltà, perseveranza e disposizione a mettersi in discussione. Nel momento in cui la conoscenza mira verso la coscienza, i vecchi paradigmi cominciano a mostrare i loro limiti, mentre l’essere umano può aprirsi a nuove prospettive che gli consentano di compiere un cammino più adeguato ai propri bisogni. Purtroppo non sempre il mondo accademico ha reso disponibili le proprie risorse al fine di verificare ipotesi considerate scomode o poco attendibili, rivelatesi successivamente vincenti. La storia della scienza è piena di esempi: tra i tanti, ricordiamo gli ostacoli che la neuroscienziata Candace Pert, pur appartenendo al mondo accademico, ha dovuto affrontare al fine di mettere in atto le proprie intuizioni10. E quanto invece la sua perseveranza abbia aperto nuove conoscenze incidendo profondamente nel definire i processi bidirezionali in ottica psiconeurobiologica, a cui tanto ci stiamo dedicando.
Soprattutto quando l’oggetto di conoscenza riguarda l’essere umano, il ricorso esclusivo a etichettature e catalogazioni utilizzate dalle singole discipline, nel chiuso delle proprie iper-specialità, risulta teoricamente riduttivo e umanamente svalutante. Se il corpo può prestarsi a talune misurazioni, ciò diventa impegnativo per la psiche, ancor più per ciò che le varie culture concepiscono come ‘spirito’11. E pensare che talvolta è proprio con quest’ultimo che si guariscono psiche e corpo.
Si auspica che l’antropologia medica continui a dare contributi sostanziali tesi al miglioramento della vita, e che tutte le scienze convergano verso un approccio che miri alla guarigione intesa come stato di benessere, ma anche come forma di conoscenza e di maggiore coscienza. L’essere umano potrebbe così unire salute, apprendimento e autodeterminazione, diventare consapevole di aspetti del sé che può imparare a gestire quando cessa o è carente l’intervento terapeutico, ma soprattutto in sinergia con esso.