Senza ombra di dubbio, possiamo attualmente considerare la Nuova Medicina come l’unico modello olistico, nel vero senso della parola: le leggi biologiche non considerano semplicemente aspetti diversi dell’organismo, ma permettono finalmente una comprensione della malattia come processo contemporaneamente della psiche, del cervello e dell’organo di un determinato apparato. La NMG si sviluppa epistemologicamente su un paradigma olistico: i processi biologici sono fondati su processi cognitivi, ovvero sono regolati dalla mente (autopoiesi e cognizione); nel caso della malattia, infatti, è la progressione sul piano psichico che determina l’andamento sul piano biologico-tissutale. Da tutte queste considerazioni, ne derivano importanti implicazioni di ordine terapeutico, la prima delle quali comporta, ovviamente, il fatto che la gestione biologica del paziente (farmacologia o chirurgica) non può essere disgiunta dalla gestione emotiva. Questa implicazione, però, va specificata. Negli ultimi anni, sembra andare sempre più di moda il nobile intento di “guardare al malato e non alla malattia”. Praticamente, ormai, tutti concordano con questa asserzione; anzi, sta diventando uno dei principali cavalli di battaglia che promettono grandi rimedi alla malasanità. Epistemologicamente, però, solo la NMG permette di guardare al malato e non alla malattia perché solo la NMG esce dalla trappola della reificazione della malattia: con le leggi biologiche comprendiamo finalmente che la malattia non è un’entità, ma è un processo. Solo la NMG ci libera dall’ipnosi collettiva dell’entità nosografia! Le malattie non sono qualcosa che possiamo avere o no, che possiamo prendere o no, degli accidenti da cui possiamo difenderci o no: la malattia è l’espressione di un meccanismo di sopravvivenza biologica generato da un conflitto biologico, ovvero, come abbiamo ben visto, da una percezione nella quale una funzione biologica è minacciata o impossibilitata. La gestione emotiva del paziente, quindi, non è importante solamente sul piano umano o sul piano del rispetto per la dignità del paziente: la gestione emotiva è parte imprescindibile della gestione biologica, sia diagnostica che terapeutica. E questa non si ottiene con un semplice affiancamento di uno psicologo al paziente; né, tanto meno accompagnando il paziente con il cosiddetto supporto psicologico. Sicuramente tali pratiche sono eccellenti; più comprensione riceve un paziente e i suoi familiari, meglio è, sotto tutti i punti di vista, ma dobbiamo fare molta attenzione: non è così che si realizza l’approccio “olistico”, anche perché la forma mentis dello psicologo e di tutti coloro che offrono supporto al paziente è troppo centrata sulla coscienza autobiografica, al livello, cioè, dove non si è creato il problema (piuttosto lo si è giustificato) e quindi dove non c’è la soluzione. Com’è stato discusso precedentemente (Toneguzzi, 2006), il tassello psicologico delle equipe multidisciplinari, rischia di frammentare ancor di più il paziente. Con la comprensione del conflitto biologico, nessun clinico, nel momento in cui si relaziona con un paziente, può più pensare che la gestione emotiva non sia di sua competenza! I processi biologici sono l’espressione sul corpo del processo cognitivo: come è possibile prescinderne? Al tempo stesso, però, la comprensione del conflitto biologico non deve farci scivolare nella trappola di “psicologizzare” troppo la gestione terapeutica del paziente. La NMG è sicuramente irritante per molti professionisti, vista la moltitudine dei “miti” che, con la comprensione delle leggi biologiche, crollano: crollano i due pilastri fondamentali su cui si fonda la medicina tradizionale, ovvero la genesi microbica e la genesi genetica della malattia, ma crollano anche parecchi miti del mondo psico-spirituale. Accenno solo ai principali. “La consapevolezza guarisce!” L’insight è stata la pietra miliare del modello psicodinamico freudiano ed è ancora la pietra miliare di molti modelli psicoterapeutici. Con le leggi biologiche, scopriamo, però, che la consapevolezza non garantisce nulla, senza per questo toglierle il valore fondamentale nella vita dell’essere umano, in termini di sviluppo e in termini della possibilità di risolvere problemi. Ci sono pazienti, infatti, che sono perfettamente consapevoli del loro conflitto e non per questo riescono a risolverlo, così come ci sono pazienti, e questo vale per tutti noi, fino al giorno in cui abbiamo conosciuto le leggi biologiche, che, senza sapere nulla del loro conflitto, l’hanno risolto e sono guariti. La NMG “da a Cesare ciò che è di Cesare e a Cristo ciò che è di Cristo”: la consapevolezza è una dote umana speciale, ma non è il requisito fondamentale per il processo di guarigione, che, appartiene, invece, come abbiamo visto, alla cognizione biologica dell’organismo. “Se conosciamo i conflitti non ci ammaliamo più!” Sempre sulla stessa linea, anche la conoscenza dei conflitti non ci garantisce la prevenzione. Anzi, la prevenzione stessa, come concetto, è un altro mito che crolla con le leggi biologiche, dal momento che il programma SBS scatta proprio nelle situazioni impreviste. Com’è possibile prevedere l’imprevedibile? La natura ha già trovato una risposta a questo paradosso, dotandoci dei programmi SBS a questo riguardo; la conoscenza dei conflitti, piuttosto ci rende consapevoli dei “valori” fondamentali ai quali, come organismi viventi, non possiamo sottrarci. Più che per prevenire i conflitti, la conoscenza ci serve per poterci rispettare come esseri viventi, e per poter rispettare gli altri come esseri viventi, indipendentemente dai nostri valori esistenziali. “Se risolviamo i problemi, possiamo guarire!” Alla luce delle correlazioni tra eventi psichici e malattia, molti pazienti, e non solo, credono che se risolvono i problemi della loro vita, possono guarire. Con la nozione di conflitto biologico, invece, ci accorgiamo che non tutta la sofferenza umana genera un programma SBS, ovvero una malattia. Ci sono, infatti, molte persone che vivono delle vite estremamente difficili e sofferte, senza, per questo, essere più ammalate degli altri: non è sufficiente essere stressati per ammalarsi. Le leggi biologiche e, soprattutto, il concetto di conflitto biologico ci portano a focalizzare in modo estremamente preciso e circoscritto l’elemento emotivo in questione: questo, di solito, è un grosso sollievo per il paziente, dal momento che risolvere tutti i problemi è quanto mai una missione impossibile. “Si guarisce con la psicoterapia” Dalla correlazione tra malattia e conflitto è derivata l’acquisizione che per guarire “bisogna lavorare sul conflitto”. In parte è vero, ma cosa significa lavorare sui conflitti, quindi? Dal momento in cui il processo biologico è regolato da ciò che avviene a livello psichico “sottostante” la coscienza autobiografica, lavorare sul conflitto biologico non significa sicuramente lavorare su questo livello di coscienza, dove, appunto, normalmente la psicoterapia agisce. A cosa serve, quindi, la psicoterapia? Non serve a nulla, dal punto di vista biologico, se l’intervento non va a modificare la percezione a livello di coscienza nucleare: se il problema è a livello di percezione organismica, è solo a quel livello che possiamo trovare una soluzione. Quindi, anche le tecniche psicoterapeutiche restano al servizio del processo biologico, così come i farmaci, ma neanch’esse possono rappresentare finalmente la “bacchetta magica”. Dalla mia esperienza ho imparato a diffidare di tutti coloro che identificano il proprio strumento terapeutico con la guarigione, compreso, quindi, il mondo degli interventi sulla psiche: psicodinamica, comportamentale, terapia sistemica, PNL, ecc. Al tempo stesso, tutti questi interventi possono aiutare moltissimo: ma solo se si realizza una ristrutturazione nella percezione biologica! Come il clinico, quindi, deve cambiare la sua forma mentis e rendersi conto che la gestione emotiva è imprescindibile, così anche il modo dei “professionisti della psiche” devono cambiare la loro forma mentis e rendersi conto che la cognizione organismica è un livello completamente diverso da quello del racconto autobiografico. “La malattia ci porta un messaggio per la nostra evoluzione!” Questo è il cavallo di battaglia dei modelli fondati sulla mistica, dalle religioni monoteiste (malattia come peccato) a quelle orientali (malattia come karma) al moderno, forse, movimento psico-spirituale della new-age. Rischio ormai di essere noioso nel ripetere che le leggi biologiche ci mostrano come la malattia ha un significato ed un senso biologico, non c’entra nulla con il piano esistenziale della coscienza autobiografica. La malattia, quindi, non ci porta non nessun significato esistenziale. Piuttosto, noi possiamo, anzi, non possiamo non dargli un significato all’interno della nostra storia di vita, e la sua gestione può avere un senso. Ma questa è tutt’altra cosa! “Le persone evolute sono immuni dalla malattia!” Questo è tipicamente il correlato che consegue dal precedente mito della malattia come messaggio evolutivo; oltre ad essere causa di terribili giudizi e colpevolizzazioni (se ti ammali vuol dire che non sei evoluto!!!) questo mito è fondato sull’illusione che sia possibile prevenire o impedire il processo di malattia. È ancora la vecchia storia della malattia come evento sbagliato! E questa concezione non sembra granché, in termini di consapevolezza... Dietro questi miti, sembra risuonare maggiormente il tentativo di negare e scavalcare la nostra natura biologica, come esseri viventi, dotati di tutta una serie di meccanismi previsti dalla natura, e facenti parte, quindi, della vita stessa. Al di là, quindi, degli aspetti terapeutici di tipo clinico-biologico, quali gli interventi farmacologici o chirurgici, i quali, anche, devono essere in linea con le leggi biologiche, vorrei concludere con una riflessione sulle implicazioni più importanti nella gestione del conflitto biologico. In primo luogo, la comprensione del concetto di conflitto biologico ci porta ad una precisa focalizzazione sugli elementi del paziente, non soltanto in termini di precisione anatomo-patologica, ma anche emotiva. La domanda che ci accompagna è: “Cos’ha sentito esattamente questa persona, in quanto essere vivente? E cosa sente ora?” L’importanza della percezione organismica ci impone un’attenzione molto fine al paziente come essere vivente, al di là di tutti i possibili giudizi ed interpretazioni di ordine psicologico, morale o autobiografico. Questa focalizzazione “millimetrica” rappresenta un cambio nella forma mentis di tutti gli operatori, dai clinici ai professionisti dell’area psichica: nel caso in cui il paziente sia preso in carico da un’equipe, ognuno deve possedere questa attenzione, pena la frammentazione del paziente. In secondo luogo, la comprensione del concetto di conflitto biologico ci porta all’abilità, ove necessità, di ristrutturare la percezione del paziente, forse di quello che gli è successo, forse di quello che gli sta succedendo ora. La domanda che ci accompagna è: “Cosa permette di ristrutturare la percezione profonda di questo essere umano?” Ristrutturare è molto di più che semplicemente spiegare! È un’arte che implica l’attenzione per la prospettiva del paziente e dalla prospettiva del paziente; la spiegazione è sicuramente un elemento che concorre a ristrutturare ma non potrà garantire da sé. La terapia in accordo con le leggi biologiche non è, quindi, protocollabile, ma una prassi che si muove sempre con l’attenzione a come il paziente percepisce. In terzo luogo, la comprensione del concetto di conflitto biologico ci porta all’obiettivo, forse più importante, della terapia, e cioè al miglioramento della funzionalità del paziente. La domanda che ci accompagna è: “Cosa gli da più opportunità, in termini di funzionalità biologica?” Un conflitto biologico si risolve nel momento in cui si percepisce nuovamente una determinata funzione come libera di agire. Aiutare il paziente nell’adattamento alla sua realtà, in modo da funzionare meglio nella sua vita sarà l’imperativo che accompagna costantemente la prassi terapeutica, dall’aiutarlo a marcare meglio il suo territorio, al permettergli di respirare con più facilità. Il dr. Hamer definisce la NMG come la “medicina della libertà”: credo che nessuna definizione possa essere più precisa di questa; con le leggi biologiche comprendiamo che la libertà non è solo un valore ideologico, quanto il fondamento stesso della vita. Infine, vorrei sottolineare un ultimo punto, che ha a che vedere con la nostra coscienza autobiografica. In tutto questo lavoro ho sottolineato come il conflitto biologico ci coinvolge come esseri viventi, prima ancora che come individui con la nostra storia e le nostre considerazioni. Al tempo stesso, per noi esseri umani adulti, le condizioni di vita stanno all’interno di una storia di cui siamo consapevoli e l’esistenza si costruisce giorno dopo giorno su progetti e valori che, si spera, la rendano, per ognuno, sempre più degna d’essere vissuta. La malattia non ha alcun significato “esistenziale”: essa è semplicemente l’espressione di un conflitto biologico. Ma la nostra struttura psichica non ci permette di astenerci dal dargliene una spiegazione ed una collocazione all’interno del film della nostra vita. Chi ha avuto modo di vedere come il dr. Hamer lavora, sarà sicuramente rimasto impressionato di come ricostruisca la storia del paziente con quella millimetrica precisione delle esperienze biologiche: con la conoscenza e con la comprensione delle cinque leggi, il racconto autobiografico rimane saldamente piantato sulla storia del nostro organismo. Al tempo stesso, volenti o nolenti, andiamo così a confrontarci proprio con l’aspetto che spesso la nostra coscienza autobiografica tende a scavalcare: i conflitti biologici non lasciano adito ad alcun giudizio e ad alcuna interpretazione dal momento che le leggi biologiche ci mostrano, a volte in maniera cruda, le leggi della vita stessa. Con le leggi biologiche, quindi, se, ad un lato, abbiamo la possibilità di recuperare i valori biologici come fondamento della nostra storia, dall’altro lato i nostri valori personali, autobiografici ed esistenziali rischiano di dover essere ridefiniti. Ma è proprio su questo livello della coscienza autobiografica che abbiamo la libertà di scelta e, quindi, forse, di evoluzione: non nel senso di scavalcare i valori biologici, quanto di crescere con essi. Le leggi biologiche, quindi, ci permettono una riconsiderazione dei nostri valori esistenziali, o meglio ci permettono la libertà di costruire un’esistenza in sintonia con quei valori che appartengono alla vita stessa. Un’esistenza che faccia spazio anche ai conflitti piuttosto di negarli, ovvero un’esistenza che non si arroghi la pretesa di essere più grande della vita stessa.