La vita inizia come organizzazione della materia in organismi viventi. La vita, di fatto, iniziò nel momento in cui determinate molecole si organizzarono in sistemi che interagivano con l’ambiente, e questo sembra abbia avuto inizio appena 600 milioni di anni dopo la formazione
della Terra. I primi sistemi di vita organizzata furono gli organismi unicellulari, batteri, alghe e protozoi, e per i ben 2,7 miliardi di anni successivi questi organismi furono gli unici abitanti del pianeta, fino a quando iniziarono ad organizzarsi in organismi pluricellulari.
Dal momento in cui un organismo prende vita, esso inizia la sua avventura in rapporto all’ambiente in cui è inserito: la sua sopravvivenza, infatti, sarà legata a come riuscirà a regolare il rapporto con il suo ambiente. L’organismo in questione ha due obiettivi fondamentali: mantenersi in vita e riprodursi. Mantenersi in vita e riprodursi sono, in effetti, gli elementi fondamentali dello “schema” stesso della vita, denominato da Maturana e Varela “autopoiesi”, ovvero creazione di sé. Secondo questi autori, la differenza tra un sistema non vivente ed un sistema vivente, cioè un organismo, il più piccolo dei quali può essere considerata la cellula, consiste proprio nel fatto che l’organismo produce continuamente se stesso. Così, “l’essere e l’agire [dei sistemi viventi] sono inseparabili, e ciò costituisce la loro modalità specifica
di organizzazione” (Maturana, Varela, 1980). L’autopoiesi, o produzione di sé, è uno schema a rete: ogni componente ha la funzione di partecipare alla produzione o alla trasformazione di altri componenti nella rete; in tal modo, la rete costruisce continuamente se stessa: è prodotta dai suoi componenti e li produce a sua volta. Tale concetto coincide anche con il concetto di “auto-organizzazione” di un organismo vivente (Capra, 1996). L’autopoiesi, ovvero la creazione di sé, è, quindi, la risultante di un complicatissimo intreccio di meccanismi che interagiscono tra loro come tanti strumenti di un’orchestra perfettamente armonizzata. È quello che si può notare già studiando la fisiologia
cellulare. Questo intreccio consiste in una serie di processi che permettono all’organismo di mantenersi in vita. Una differenza fondamentale, infatti, è data dal fatto che un organismo, ovvero una rete autopoietica, non è un insieme di componenti statici, ma è un insieme di relazioni tra processi di produzione di componenti: se questi processi si bloccano, si blocca l’intera organizzazione; in altre parole, l’organismo deve rigenerarsi di continuo per conservare la propria organizzazione.
Da questo punto di vista, gli organismi viventi sono sistemi organizzativamente chiusi, visto che tutti i componenti sono prodotti da altri componenti: gli organismi sono, quindi, sistemi autonomi; questo, però non significa che gli organismi sono isolati dal loro ambiente, anzi, da questo punto di vista sono aperti al flusso di materia ed energia. È proprio attraverso l’interazione con l’ambiente che gli organismi viventi si sostentano e si rinnovano in continuazione, attingendo a questo scopo, materia, energia e risorse; inoltre, il processo ininterrotto di produzione di sé coinvolge anche la capacità di formare nuove strutture e nuovi schemi di comportamento: questa capacità di produrre novità, da cui ne conseguono sviluppo ed evoluzione, è un aspetto intrinseco all’autopoiesi.
La sopravvivenza dell’organismo e della specie, è, quindi, intimamente connessa con la regolazione del rapporto con l’ambiente.
Già se consideriamo l’organismo più semplice, la cellula, notiamo come si possa considerare, a tutti gli effetti, un sistema di sistemi funzionali, che interagiscono coerentemente e in cooperazione reciproca: già nella cellula, infatti, ritroviamo svariate funzioni biologiche, quali l’assunzione ed immagazzinamento di energia, eliminazione dei rifiuti, la protezione, il movimento, la riproduzione, ecc. Troviamo, inoltre, una funzione che definisce i confini tra la cellula e l’ambiente e che ne regola l’interazione; questa funzione è a carico della membrana cellulare, studiando la quale, scopriamo qualcosa di estremamente interessante. La membrana, che è formata da alcuni dei componenti della cellula, è un confine che racchiude la rete dei processi vitali e metabolici e pone quindi un limite alla loro estensione. Allo stesso tempo, la membrana è uno degli strumenti dell’orchestra e contribuisce alla melodia regolando il flusso di interazione con l’ambiente. L’organismo, quindi, crea il suo stesso confine, la membrana, la quale definisce la cellula come un sistema distinto ed è contemporaneamente una parte attiva della rete. Un altro aspetto che ha dell’incredibile e che, nella sua microscopica complessità, la cellula non solo funziona perfettamente, ma è anche determinata a restare in vita e a riprodursi. Questo misterioso miracolo della natura implica una qualche sorta di funzione intenzionale. Ovviamente, se pensiamo ad una cellula non possiamo utilizzare il termine “intenzione” nello stesso modo nel quale lo utilizziamo per intendere le intenzioni di noi esseri umani adulti. D’altro canto questa “spinta” alla vita ha affascinato dalla notte dei tempi filosofi e pensatori. Con le nostre acquisizioni moderne, possiamo notare come anche l’organismo più piccolo che possiamo considerare, la cellula, abbia una sua finalità. “Un semplice organismo unicellulare, un’ameba, poniamo, non soltanto è vivo, ma è anche determinato a rimanere tale. Essendo una creatura priva di cervello, un’ameba non è a conoscenza delle intenzioni del proprio organismo nello stesso senso in cui noi siamo a conoscenza delle nostre analoghe intenzioni. Ma la forma di un’intenzione è non di meno presente, espressa dal modo in cui la piccola creatura riesce a tenere in equilibrio il profilo chimico del suo milieu interno mentre tutt’intorno, nell’ambiente esterno, si può scatenare il putiferio” (Damasio, 1999).
Questo impulso a rimanere vivi rende “animata” la materia vivente. Da sempre, infatti, il concetto di anima venne utilizzata per fare riferimento a quel qualcosa che rende viva la materia e finalizzata a rimanere tale, la caratteristica degli organismi. Aristotele denominò “entelechia” tale impulso, il mondo latino utilizzo il termine “anima”, come il sanscrito “atman”, per intendere il respiro della materia vivente,
il “soffio vitale” insito anche nel termine greco di “psiche”. Tutti questi termini sono stati utilizzati, nelle diverse culture, per riferirsi ad un fatto molto semplice: l’impulso a rimanere in vita non è un’acquisizione moderna e non è una proprietà esclusiva degli esseri umani; anche se in forme differenti, è comune a tutti gli esseri viventi, dal più semplice al più complesso. Ma in che cosa consiste questa spinta alla vita?

Un paramecio, un organismo procariote, unicellulare. Le sue dimensioni e la sua semplicità non impediscono di riconoscere un funzionamento perfetto: è in grado di muoversi “intelligentemente” nel suo ambiente e di selezionare tutto quello che gli serve per mantenersi in vita e riprodursi.

Un paramecio, un organismo procariote, unicellulare. Le sue dimensioni e la sua semplicità non impediscono di riconoscere un funzionamento perfetto: è in grado di muoversi “intelligentemente” nel suo ambiente e di selezionare tutto quello che gli serve per mantenersi in vita e riprodursi.

La sopravvivenza dell’organismo implica un continuo rapporto con l’ambiente, gestito in modo tale da tenere validi i presupposti che garantiscano i parametri vitali per l’organismo: da questo punto di vista, è necessaria un’interazione che si potrebbe definire “intelligente” con il proprio ambiente. L’organismo, dal più semplice al più complesso deve, pertanto, essere in grado di “sapere” di due fatti fondamentali:
• Cosa succede nell’ambiente per agire di conseguenza.
• Cosa succede dentro l’organismo per manipolare l’ambiente di conseguenza.
Questa “conoscenza”, che persino alla più piccola cellula è necessaria per mantenersi in vita, ha portato a riconoscere l’aspetto “cognitivo” come un altro elemento fondamentale per la comprensione degli organismi viventi: se l’autopoiesi è lo “schema” fondamentale
della vita, la “cognizione” ne rappresenta il suo processo fondamentale, ovvero l’elemento che ne permette il suo dispiegarsi. “I sistemi viventi sono sistemi cognitivi, e il vivere in quanto processo è un processo di cognizione. Questa dichiarazione è valida per tutti gli organismi, con o senza un sistema nervoso” (Maturana e Varela, 1980). Secondo la teoria di Maturana e Varela, denominata anche Teoria di Santiago, in accordo con le stesse intuizioni di Gregory Bateson, la cognizione, ovvero il processo di conoscenza, si identifica con il processo stesso della vita. Ciò rappresenta un ampliamento sostanziale del tradizionale concetto di mente: non è necessario che ci sia un cervello perché esista una mente. Un batterio, o un vegetale, non ha cervello ma possiede una mente; gli organismi più semplici hanno la capacità della percezione e dunque della cognizione. Essi non vedono, ma non di meno percepiscono cambiamenti nel loro ambiente: differenze tra luci e ombre, fra caldo e freddo, fra maggiori e minori concentrazioni di alcuni elementi chimici, ecc. (Capra, 1996).
In altri termini, gli organismi si mantengono in vita (attraverso uno schema autopoietico) interagendo con l’ambiente attraverso atti “cognitivi”, partendo dal riconoscere cosa succede nell’ambiente e cosa succede all’interno del proprio confine - “Autopoiesi e Cognizione” è, infatti, il titolo che Maturana e Varela diedero alla loro opera, forse, più rappresentativa.  Tutta la storia dell’evoluzione degli organismi viventi è, quindi, legata a mezzi più o meno sofisticati per gestire queste due funzioni che regolano il rapporto con l’ambiente e che permettono la sopravvivenza dell’organismo stesso attraverso gli altri sistemi funzionali biologici.
Una delle acquisizioni più recenti della biologia è stata quella di identificare specificatamente nella membrana cellulare le funzioni principali di regolazione con l’ambiente, a tal punto da ritenere la membrana un vero e proprio “cervello” della cellula (Lipton, 2005). La membrana cellulare non è solo la barriera che contiene al suo interno i costituenti cellulari, ma rappresenta l’organo di contatto e comunicazione con l’ambiente esterno. Essa è dotata di una serie di proteine che interfacciandosi con l’ambiente esterno (proteine recettori) sono in grado di
regolare all’interno (proteine effettori) i vari processi metabolici necessari per il mantenimento della vita, compresi i meccanismi di regolazione genetica. Da questa prospettiva, il genoma stesso dipende da ciò che succede nell’interazione con l’ambiente, la cui gestione è affidata alla membrana, così sottovalutata nel passato dalla biologia ma ripresa recentemente
dalla branca dell’epigenetica.
Alla membrana, quindi, come organo cellulare, è delegata la funzione di decodificare e rispondere all’ambiente. A livello degli organismi più semplici, le cellule, la membrana, come “cervello” della cellula, è responsabile della gestione dei processi vitali e metabolici, ed è responsabile, in ultima analisi, dell’omeostasi cellulare, termine utilizzato da Cannon già negli anni venti per indicare il processo che
tende a mantenere entro limiti definiti i parametri di un organismo. Nelle cellule, la membrana è decisiva, quindi, per comprendere il processo di “autoregolazione”.
Da tutte queste considerazioni sull’organizzazione dei sistemi viventi, possiamo, quindi, concludere che la vita, fin dagli organismi più semplici, avviene attraverso uno schema autopoietico (che è in grado di mantenere l’organismo in vita) animato da continui atti cognitivi che regolano i vari processi vitali (omeostasi) sulla base dell’interazione con l’ambiente. Un altro modo di dire la stessa cosa sarebbe riconoscere che gli organismi viventi sono sistemi in grado di mantenersi in vita mediante un’autoregolazione omeostatica “intelligente”, ovvero in grado di mantenere i parametri vitali per la sopravvivenza, attraverso determinati processi, opera delle funzioni particolari e tipiche della loro struttura, nell’interazione con l’ambiente. In ultima analisi, quello che ci serve sapere sull’organizzazione degli organismi viventi, ai fini della nostra comprensione del conflitto biologico, sono tre cose:
1. Ogni organismo vivente è costituito secondo uno schema autopoietico, ovvero da serie di sistemi in una relazione particolare tra loro, in modo tale che i vari processi producono continuamente l’organismo stesso, mentendolo così in vita.
2. Ogni organismo vivente interagisce con il proprio ambiente. Tale interazione permette lo scambio delle risorse necessarie al innovamento e sviluppo dell’organismo stesso.
3. Ogni organismo vivente possiede una mente, ovvero una conoscenza in grado di gestire la dinamicità dei continui processi sulla base dell’interazione con il proprio ambiente.
Su questi presupposti, al minimo per la gestione della sopravvivenza troviamo, quindi, le seguenti funzioni:
• Poter percepire la mancanza di equilibrio, sia nell’ambiente esterno che in quello interno.
• Poter conservare le disposizioni ad intervenire (bagaglio di conoscenza).

Lo stimolo ambientale viene captato dalle proteine di membrana le quali mettono in moto processi biologici di risposta all’interno dell’organismo.

Lo stimolo ambientale viene captato dalle proteine di membrana le quali mettono in moto processi biologici di risposta all’interno dell’organismo.

• Poter fare qualcosa per prevenire o correggere la mancanza di equilibrio, ovvero possedere una serie di funzioni vitali.
La cellula, l’organismo vivente più semplice, è in grado di mantenersi in vita grazie a questi processi che gli permettono di gestire in maniera efficace il suo metabolismo, presupposto fondamentale per il buon funzionamento di tutti i vari processi implicati. Sempre ai fini della nostra comprensione del concetto di conflitto biologico, l’aspetto su cui dobbiamo, ovviamente, metter particolare attenzione è
l’aspetto cognitivo, o mentale, o psichico che dir si voglia, dell’organismo, il quale, nei semplici organismi cellulari, si evidenzia, innanzitutto, con la capacità di “percepire”. Per regolare l’interazione tra organismo e ambiente, è necessario conoscere sia l’ambiente esterno che quello interno: la base della gestione della vita, per gli organismi, quindi, è fondata sulla duplice conoscenza dell’organismo e dell’ambiente.
Ma che cos’è la percezione?
Se consideriamo gli atti “cognitivi” di una cellula che interagisce con il proprio ambiente vediamo che essi avvengono attraverso specifiche proteine di membrana, rivolte verso l’ambiente e denominate “recettori”, le quali rilevano un’informazione nell’ambiente alla quale reagiscono, modificando la loro conformazione spaziale e generando una catena di eventi all’interno della cellula attraverso le proteine
“effettori”, rivolte, appunto verso l’interno. L’atto cognitivo più semplice, o se vogliamo dire l’atto “mentale” più semplice per un organismo, consiste in una percezione, ovvero una trasformazione del proprio ambiente interno generato da un’informazione captata dall’ambiente esterno. In effetti, questo ha un senso nella logica della vita. Riconoscere in astratto cosa succede nell’ambiente non è sufficiente: conoscere cosa succede nell’ambiente (l’informazione percepita) deve fare riferimento necessariamente a cosa l’informazione percepita implica per l’organismo. Per la sopravvivenza, la natura ha previsto la necessità, quindi, di conoscere l’effetto sull’organismo da parte dell’ambiente. La percezione dell’ambiente esterno, quindi, non è disgiunta dalla percezione dell’ambiente interno: per conoscere l’ambiente, la “mente” dell’organismo
utilizza lo stesso organismo, cioè le specifiche reazioni attivate nelle funzioni di cui l’organismo è composto. Quindi la percezione non è solamente la percezione di un “oggetto” (come siamo soliti intendere) ma è la conoscenza della trasformazione dell’organismo nell’interazione con l’oggetto stesso!
Questa considerazione, ai fini della nostra riflessione, è estremamente importante dal momento che la chiave per comprendere il conflitto biologico sta proprio nella trasformazione che un’informazione percepita genera nell’organismo stesso. Ma lo capiremo tra un po’.