La “malattia”, quindi, è salva! Chiamata anche “entità nosografia”, la patologia non c'entra con lo stress: quest’ultimo è responsabile solamente di renderle la vita più facile. La presunta unificazione tra mente e corpo rimane viva solo nelle parole. Sempre il padre della medicina psicosomatica italiana afferma, infatti, ancora: “Alcune malattie possono ancora essere considerate come prodotte da un’unica causa (ad esempio la paraplegia da sezione del midollo spinale), ma in molte altre, definite spesso come idiopatiche o essenziali, l’etiologia è certamente pluricausale, senza possibilità di individuare una causa predominante. Anche dove, tuttavia, un agente patogeno appare strettamente connesso a una particolare malattia, è possibile quasi sempre individuare una serie di concause dotate di potere patogeno a livello del terreno biologico. Ogni malattia dove sia individuabile un agente patogeno principale, infatti, può essere vista come la risultante di due fattori: l’aggressività dell’agente patogeno da un lato e le condizioni dei sistemi biologici di difesa (il terreno) dall’altro” (Pancheri, 1979). Negli ultimi trent’anni, la ricerca sullo stress ed, in particolare, la medicina psicosomatica hanno imboccato, purtroppo, un tunnel da cui non riescono più ad uscire ed hanno determinato l’esatto opposto di ciò che probabilmente era nelle loro intenzioni originarie: cercando, probabilmente di riunire l’organismo in una visione olistica, lo ha spezzettato ancora di più!

Tabella 6. Le emozioni in medicina psicosomatica.

Tabella 6. Le emozioni in medicina psicosomatica.

“La funzionalità e la ricettività di questi sistemi (neurovegetativo, endocrino e immunitario) sono a loro volta controllate da una serie di fattori reciprocamente ineìteragenti tra loro: la struttura genetico-costituzionale, l’imprinting psicobiologico, l’ambiente fisico e, infine, i determinanti emozionali e psicosociali. I determinanti emozionali e psicosociali, e la reazione di stress da essi dipendente, sono dunque sempre delle concause nella genesi delle malattie a etiologia totalmente o parzialmente multicausale. Essi, a seconda del momento in cui agiscono, della loro intensità e durata e della loro interazione con altri determinanti, possono agire come elementi predisponesti o come fattori scatenanti. Il punto importante da sottolineare è che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non è dimostrato un rapporto specifico tra tipo di attivazione emozionale e tipo di malattia somatica sviluppata anche quando il ruolo determinante dello stress emozionale è stato accertato. Le differenze nel tipo di malattie sviluppate per cause emozionali dipendono dalla particolare vulnerabilità dei singoli organi a sua volta dipendente da fattori puramente fisico-biologici o genetico-costituzionali” (Pancheri, 1979). È innegabile che la ricerca sullo stress, da Cannon a Mason, era partita bene, ma, successivamente, si è intrappolata all’interno dello stessa paradigma da cui ha tentato di staccarsi: Cartesio è, in effetti, più duro a morire di quel che non si pensi! Nel tentativo di decollare dal riduzionismo di fine Ottocento, in una direzione - quella olistica o sistemica - che già la fisica quantistica ed i modelli cibernetici della prima metà del Novecento lasciavo intravedere, la medicina psicosomatica è miseramente scivolata di nuovo nel meccanicismo riduzionistico dei secoli passati, condito solamente dai nuovi concetti quali: idiopatico, polietiologico, multifattoriale, multicausale, ecc. Invece che riunire, spezzetta ancora di più. L’effetto più tragico del moderno riduzionismo lo si vede nel fiorire delle cosiddette équipe multidisciplinari, che sembrano tanto all’avanguardia ma che tanto più multiple sono, tanto più dividono il paziente: “i clinici si sentono molto tranquilli e progressisti quando includono uno psicologo nella loro equipe medica - meglio ancora se è uno “corporeo” - così si formano le équipe multidisciplinari, in cui multiplo è il numero di persone che vedono parti diverse dello stesso soggetto” (Shnake, 1995). Sostiene ancora la Shnake: “La Medicina Psicosomatica è un grande schermo che copre uno dei fallimenti più drammatici della medicina. Si ampliano i servizi, si aggiunge personale “specializzato” nelle équipe oncologiche, si organizzano congressi ove si riconosce il fattore psicologico nel cancro o nell’asma, nelle gravidanze tubariche, nell’ulcera, negli incidenti automobilistici… La psichiatria e la psicologia hanno vinto la loro battaglia! Non c’è più un quadro clinico in cui non è riconosciuto il fattore psicologico. Finalmente la dimensione psichica forma parte dell’essere umano. (…) Eppure non sono riusciti a divincolarsi dall’attraente approccio medico, che insiste nel chiamarsi scientifico e che li ha obbligati a costruire un ibrido con cui sono consapevoli di non aumentare la saggezza del corpo né contribuire - come era il sogno di Freud - ad una maggiore libertà dell’uomo, a renderlo meno dipendente e schiavo dell’altro” (Shnake, 1995) Ma se la Medicina Psicosomatica, che si pone come la disciplina che, per eccellenza, tenta di superare il dualismo mente-corpo, al di là delle presunte apparenze, è scivolata nuovamente nel riduzionismo meccanicistico dei secoli antichi, un’altra recente disciplina, la psicooncologia, che presume anch’essa un’attitudine olistica nei confronti del paziente, è scivolata ancora più in basso. In uno dei testi più accreditati nella letteratura italiana, il “Manuale pratico di psicooncologia”, addirittura l’ex Ministro della Salute, prof. Girolamo Sirchia, arriva al coraggio di affermare nelle prime righe di presentazione: “La Psico-oncologia costituisce in ambito sanitario un riferimento per tutti coloro - oncologi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti - che nel trattamento della malattia neoplastica hanno una visione olistica del malato, tesa a tutelare e favorire una migliore qualità di vita del paziente considerandolo nella sua complessità, vista la inscindibilità negli esseri umani della componente biologica da quella emozionale” (Grassi, Biondi, Costantini, 2003, pag. IX). Peccato che nelle trecentoventi fitte pagine del testo non c’è una riga in cui si accenni alla possibilità, anche remota, che le emozioni abbiano una qualche determinante nella genesi del cancro! In tutto il manuale pratico di psico-oncologia, le emozioni sono considerate solo in quanto “vissuto di malattia”, cioè la reazione emotiva del paziente alla malattia tumorale! Viene proprio da chiedersi cosa intenda Sirchia con il termine “olistico” o con “l’inscindibilità negli esseri umani della componente biologica da quella emozionale”… Certamente la cura dell’aspetto emotivo dell’ammalato, delle sue reazioni e delle strategie di coping attuale è nobile nonché fondamentale; ma cosa c’è di così nuovo e scientificamente all’avanguardia in questa che, da sempre, è l’attitudine dei sacerdoti e dei religiosi con gli ammalati? Già Gesù Cristo, ben duemila anni prima del prof. Girolamo Sirchia, invitava a prendersi cura amorevolmente delle persone che soffrono! Se per la Medicina Psicosomatica l’emozione altera i fattori che predispongono e favoriscono l’impianto della malattia, con la Psico-oncologia arriviamo addirittura a considerare l’emozione solamente in termini di reazione e adattamento alla malattia: non soltanto si ritorna nel riduzionismo meccanicistico, ma non si considera neanche lontanamente l’idea che le emozioni possano avere una qualche valenza in termini etiologici. Implicitamente siamo tornati alla completa negazione che il vissuto e le emozioni, relegate alla “predisposizione” o alla “conseguenza”, abbiamo un ruolo significativo nella genesi delle malattie.