Per definire l’emozione si deve necessariamente utilizzare un costrutto articolato, poiché essa investe e correla più aspetti dell’essere; è un’esperienza essenzialmente inerente il ramo psico-affettivo, che traduce sul piano fisico pensiero e percezione sensoriale. Il coinvolgimento corporeo è tale da poterne delineare una biologia e una fisiologia. Si può dire che le emozioni siano imprescindibili quasi da ogni forma di vita, almeno per ciò che concerne quelle più complesse. In passato si pensava caratterizzassero solo il regno umano, mentre si è visto chiaramente come esse accompagnino anche la vita animale e quella delle piante. Sono fondamentalmente correlate a meccanismi biologici di risposta quali output di segnali che su impulso del pensiero e della percezione sensoriale arrivano al sistema nervoso; a loro volta, tali output generano nuovi meccanismi psichici e biologici in continua interazione.
Soffermiamoci ora sulle dinamiche della più antica e cruciale delle emozioni, quella che spesso condiziona negativamente l’esistenza ma che ha la funzione di salvare la vita qualora agisca contestualmente: la paura. Tante sono le sfumature legate a tale vissuto: macroscopicamente operiamo una distinzione tra paure ‘salva-vita’ e altre più articolate. Le prime sono quelle dell’attacca, nasconditi o fuggi, risposte biologiche di sopravvivenza, un istinto innato. Erri de Luca, in una interessante intervista televisiva, affrontava per l’appunto questo tema, indicando le paure di cui parliamo in quelle che si presentano una alla volta. Lo scrittore ricorreva all’esempio della necessità di risolvere un problema vitale nell’atto di scalare una montagna: in casi come questo solo l’istinto è in grado di metterci in salvo, il ragionamento o il coinvolgimento di altre paure sottrarrebbe tempo prezioso. Le seconde agiscono in ogni momento della quotidianità, spesso originate dalle prime, qualora queste segnino l’individuo con un trauma che non venga in qualche modo elaborato. Sono condizionate da credenze culturali che tendono a cristallizzarle: modelli che spesso divengono fonte di ulteriore paura. Spesso, sopraggiunte quale reazione a eventi cruciali, ricalcano schemi metaforici di quelle istintive (ad esempio, qualcosa che viene recepito come un pericolo per la vita), a seconda del vissuto personale; in qualche modo tutte si agganciano e sfumano le une nelle altre, al punto da non comprendere più di cosa abbiamo veramente paura. Di alcune siamo consapevoli, altre albergano nel nostro inconscio. Solitamente hanno la caratteristica di evolvere verso risposte reattive di sopravvivenza che sfociano in rabbia, risentimento, rancore, collera, vergogna, rifiuto, tristezza ecc.
Il tema è un argomento davvero complesso; ne riconosciamo la funzione salva-vita relativamente ad un contesto naturale o sociale. Purtroppo il più delle volte conviviamo con paure che non hanno più alcuna ragion d’essere. Al fine di contenere gli esiti di questo sentito, qualora esso condizioni in modo significativo l’esistenza, molte sono le pratiche e gli approcci di cui disponiamo. Particolare efficacia dimostrano modalità di intervento che tengano conto della interazione tra il portato culturale (sistemi di credenze, linguaggio), relazionale e, ovviamente emozionale. Il pensiero positivo fine a se stesso non è sempre sufficiente; se da un lato può aiutare e invitare ad osservare la realtà secondo una diversa prospettiva, dall’altro tende a trascurare la causa scatenante della paura. Ricordiamo che questa nasce come risposta intelligente volta a proteggere anche in ambito psico-affettivo, cosi come intelligenti sono le risposte dell’attacca, nasconditi o fuggi quando nel bel mezzo di una foresta siamo aggrediti da un leone affamato. Diverso è il suo protrarsi oltre un’utilità contingente, sia essa materiale o esistenziale. Oggi come oggi raramente ci si ritrova a tu per tu con un grosso felino in cerca di cibo; è più probabile che la ‘bestia’ vesta i panni di una autorità che temiamo possa fagocitarci. Eppure, il nostro organismo reagirà nello stesso identico modo: attaccherà qualora abbia a disposizione espedienti psichici e culturali adeguati, oppure resterà paralizzato o si mimetizzerà, oppure scapperà via da ciò che viene percepito come pericolo, con le conseguenze biochimiche e fisiologiche del caso.
Il pericolo maggiore, dunque, non starebbe tanto nella paura quanto nell’ignorarne la funzione: diventarne consapevoli con adeguate modalità può aiutare a relativizzarla elaborandone il portato emotivo, mettendoci nella migliore delle condizioni per affrontare la vita nei suoi molteplici aspetti. Al di fuori della sfera razionale non siamo in grado di distinguere se quando ci trema la terra sotto i piedi stia avvenendo, di fatto, un cataclisma o qualcosa di non materiale ma di altrettanto minaccioso.
E quanto nella paura concorre qualcosa che va oltre ciò che si è realmente vissuto? Quanto, di tutto ciò che angoscia, appartiene al mondo degli archetipi innati, a una memoria collettiva formatasi nel corso di un tempo immemore che abbiamo segnata nel DNA e nell’anima? Quanto il morso di un serpente o di un ragno o di qualcosa che aggredisce, attanaglia e avvelena il sangue appartiene ad un vissuto che si tramanda? Ecco dunque che lo stretto legame tra biologico e psichico affonda le radici in una dimensione ancestrale nella quale si dissolvono i contorni dell’uno e dell’altro. La relazione tra bios e logos ha ancora necessità di essere ulteriormente definita attraverso una sorta di ‘antropologia del biologico’ e una ‘fisiologia del pensiero’.
Osserviamo ora i meccanismi corporei di risposta ad un evento che si percepisca come pericoloso, chiamando in causa le aree cerebrali interessate. Due sono le vie fisiologiche a stimoli che inducono paura. Chiamando in causa le aree cerebrali coinvolte nel processo, si distingue una via ‘indiretta’, per la quale la sollecitazione arriva al talamo e da qui alla neocorteccia, quindi all’amigdala, mediatrice emozionale; quindi una via ‘diretta’, in cui il talamo dialoga direttamente con l’amigdala, senza cioè passare dalla corteccia che conclude il ragionamento sulla effettiva presenza o gravità del pericolo, e sulla eventuale scelta da mettere in atto. Appare chiaro che questa seconda risposta sia più urgente e immediata, agendo per effetto di qualcosa di innato, iscritto nel DNA, una memoria di sopravvivenza utilizzata non solo dagli animali e dai bambini ma anche dagli adulti di fronte a pericoli reali o immaginari ma vissuti come reali. Il sistema limbico immagazzina la memoria dell’evento (ippocampo) e quella dell’emozione (amigdala), dando per assodato che memoria ed emozione, legate a processi ‘non locali’ abbiano una diffusione di gran lunga più ampia rispetto alle aree citate.
Vien da chiedersi se la via diretta non possa rappresentare la base anatomica e fisiologica preferenziale attraverso la quale si attivano gli archetipi, soprattutto laddove essi richiamino paure antiche, memorie biologiche di sopravvivenza interiorizzate dai primordi. Senza ovviamente escludere, anche in questo caso, un’implicazione neuronale ben più estesa e non localizzata. Si spera che un sempre maggiore avvicinamento tra gli ambiti psico-neuro-biologici e quelli dell’Antropologia medica possa chiarirne ulteriormente le correlazioni e le dinamiche.