Nell’essere umano adulto, quindi, possiamo riconoscere un incredibile apparato d’autoregolazione, che parte dai meccanismi di regolazione metabolica a quelli emozionali, legati ai sentimenti e alla coscienza di sé come organismi e alla coscienza di sé come individui con una propria storia personale. Alla luce di questi meccanismi di funzionamento di un organismo vivente, abbiamo finalmente tutti gli elementi per la comprensione di quello che Hamer chiama “conflitto biologico”. Vorrei riprendere il quesito che ho posto all’inizio: “Cosa ha in comune l’apparato psichico di un animale con quello di un neonato e con quello di adulto, per cui in tutti e tre si può generare una malattia?” La risposta, a questo punto è chiara: tutto, ad eccezione della coscienza estesa, e, quindi, tutto, ad eccezione del sé autobiografico. La riflessione da cui siamo partiti, e cioè, che la malattia non c’entra con ciò che fa la differenza tra un animale, un neonato e un essere umano adulto, ci porta, quindi escludere, ai fini della comprensione della genesi della malattia, tutto ciò che ha a che vedere con la coscienza estesa ed autobiografica. Il conflitto biologico non ha nulla a che vedere con il nostro sé autobiografico! A questo punto, non ci stupisce più il fatto che la medicina psicosomatica abbia fallito, così come abbiano fallito tutti gli altri modelli “alternativi” di comprensione della genesi della malattia, visto che l’oggetto cardine, il soggetto, su cui si fondano la psicologia, la psicoterapia, le scienze sociali, nonché la mistica e la religione è sostanzialmente l’individuo, in quanto “persona”, piuttosto che come “organismo”; il sé autobiografico anziché quello nucleare. Vorrei, quindi, dare una definizione di conflitto biologico. Il conflitto biologico corrisponde all’attivazione di una configurazione neurale nella quale una funzione biologica si rivela inaspettatamente bloccata o compromessa o minacciata. Ovvero, il conflitto biologico corrisponde alla percezione che, nel rapporto con l’ambiente, qualcosa minaccia, in maniera inaspettata, una funzione dell’organismo. Ad esempio, che un boccone non può essere digerito, oppure che un movimento viene bloccato, oppure che il territorio non può essere marcato, oppure che l’integrità del corpo viene attaccata, oppure che l’organismo non ce la fa a fare qualcosa di vitale importanza, ecc. Da questo punto di vista, quindi, per logica neurobiologica, non è necessaria la coscienza, nel senso di come noi comunemente l’intendiamo. Possiamo avere un conflitto biologico anche senza esserne coscienti, ad esempio la lumaca Aplysia (vedi articolo a pag. 29), e tanto meno essere coscienti di noi in quanto persone, come ad esempio un neonato: avete mai visto un bimbo che viene strappato dal seno della mamma mentre sta poppando? Il pianto che ne consegue non è forse espressione di qualcosa che lui, in quanto organismo vivente, ha percepito? Oppure, avete mai visto un cane quando viene separato dal suo padrone? Le chiare espressioni emotive non ci fanno intendere che anche il cane, in quanto organismo vivente, percepisce qualcosa di significativo che sta succedendo nel suo ambiente? Tale percezione, con la relativa configurazione neuronale, attiva una disposizione, cioè scatena una cascata di reazioni emotive: il conflitto biologico è, tutti gli effetti, una particolare risposta emotiva ad uno stimolo significativo dal punto di vista biologico, dal momento che interferisce o blocca o minaccia una funzione dell’organismo stesso. Nel momento in cui il mio organismo percepisce che il boccone non può essere digerito scatenerà una reazione automatica di risposta biologica per far fronte a tale evenienza, nello specifico un aumento della secrezione gastrica o, addirittura, una proliferazione delle ghiandole secernenti: se, quindi, il conflitto biologico è in stretta relazione con il “significato” biologico dello stimolo percepito, la risposta è in stretta relazione con un “senso” biologico, ovvero è finalizzata a sopperire al deficit percepito (per garantire la sopravvivenza). Chiaramente, tale evento, così importante ai fini della sopravvivenza, negli esseri adulti produce anche un sentimento correlato a tale profilo neurale - ovvero a tale emozione - e anche la coscienza di ciò, a livello di coscienza nucleare. Avremo sicuramente anche coscienza in termini autobiografici, ma questa verrà successivamente, all’interno di un significato esistenziale che potremo dare all’evento, in quanto scena del film della nostra vita. Ad esempio un giovane rimase vittima di un incidente stradale. Per fortuna sopravvisse ma, dopo aver carambolato più volte, la macchina si fermò “accartocciata” e visse lo shock di ritrovarsi bloccato tra le lamiere. Esattamente questa sensazione di ritrovarsi impedito nel movimento, in una situazione d’emergenza straordinaria come quella di una macchina distrutta, fu il contenuto del conflitto biologico vissuto, come dimostrerà la crisi epilettica avvenuta qualche giorno dopo! Dal punto di vista autobiografico, l’incidente rimase un “trauma” per il giovane: si sentì in colpa per aver guidato con poca prudenza, rimase angosciato per le conseguenze peggiori che avrebbero potuto succedere, pianse l’ammontare dei danni subiti, fece mille propositi sul futuro, parlò con tutti del suo incidente e di quanto fosse importante guidare con prudenza, ecc. Psicologicamente si potrebbe dire che quel incidente segnò la vita del giovane, e così, infatti, successe, visto che quel evento divenne “una scena” che cambiò la percezione di sé e della sua vita. Ma, dal punto di vista biologico, il conflitto vissuto si riferì a quel blocco del movimento sotto le lamiere accartocciate, che scatenò una risposta organismica a livello della corteccia motoria: quando il conflitto venne risolto si manifestò una paralisi con crisi epilettica, come ci spiga bene la seconda legge biologica scoperta dal dott. Hamer. A quel punto, il problema, biologicamente parlando, era finito. La coscienza estesa ha il grosso difetto di confondere le acque: mediante le considerazioni e le riflessioni, allo scopo di trovare una coerenza esistenziale, la coscienza estesa ci sposta dalla semplice percezione del significato biologico. Ovviamente non è da condannare per questo: la sua funzione è propriamente quella di mantenere coerenza nel film della nostra vita; al tempo stesso, però, dobbiamo sapere che non è affidabile per la comprensione del conflitto biologico. Questo è il motivo che ha portato al fallimento di tutti i modelli che hanno cercato di spiegare la malattia con il linguaggio della coscienza autobiografica! Se, quindi, il conflitto biologico corrisponde all’esperienza inaspettata d’impotenza o d’impossibilità in merito ad una funzione biologica, il contenuto emotivo del conflitto comunica con il linguaggio organismico non verbale delle funzioni biologiche coinvolte nella percezione dell’evento. Il conflitto biologico, quindi, è una risposta di sopravvivenza mediante una cascata di eventi che coinvolgono la specifica funzione percepita come minacciata: se il boccone è troppo grosso e non riesco a digerirlo, allora produco più succhi gastrici o più ghiandole! La reazione è, oltremodo, sensata. A questo punto abbiamo la possibilità di orientarci quando si parla di conflitto: i conflitti psicologici appartengono al dominio della coscienza estesa ed autobiografica; i conflitti biologici, invece, appartengono al dominio non verbale della coscienza nucleare, che ha le sue radici nella continua rappresentazione inconscia del corpo.

Le differenze fondamentali tra i conflitti biologici e quelli psicologici.

Le differenze fondamentali tra i conflitti biologici e quelli psicologici.

Il termine stesso “trauma”, che spesso si utilizza per indicare una rottura o una ferita nell’organismo, è da riferirsi piuttosto all’esperienza vissuta dalla coscienza autobiografica: una scena che non riesce ad essere integrata con coerenza nel film dell’individuo. Il punto più importante è quello di comprendere che la coscienza nucleare parla il linguaggio dello stato dell’organismo e delle funzioni biologiche. Essa c’informa di come sta l’organismo in merito alla sua esistenza biologica e c’informa del significato biologico di un oggetto o di un evento. Quando dico “c’informa” non intendo assolutamente che questa informazione appartiene come esclusiva a noi esseri umani adulti e “consapevoli” della nostra esistenza: ogni essere vivente ne può avere cognizione. Il significato biologico implicito nel conflitto biologico consiste nella valutazione in termini di funzionalità dell’apparato biologico, cioè del buon funzionamento o meno delle funzioni biologiche dell’organismo: risponde alla necessità di coerenza dell’organismo. La coscienza autobiografica c’informa, invece, del significato esistenziale ed autobiografico all’interno del film della nostra vita: risponde alla necessità di coerenza dell’individuo e della “persona”. Un’ultima considerazione. I conflitti biologici scattano sulla base della memoria implicita procedurale, ovvero sulla base delle disposizioni inconsce di reazione a determinati stimoli su base innata, ma contribuiscono essi stessi ad arricchire tale bagaglio di conoscenza: in quanto eventi significativi per la sopravvivenza dell’individuo, vengono fedelmente registrati a livello di memoria implicita e, da quel momento in poi, il presentarsi sulla scena dell’ambiente dello stesso stimolo o di qualcosa che lo ricorda, sarà in grado di riattivare la stessa cascata di reazioni biologiche ed emotive. I cosiddetti “binari” conflittuali rappresentano questa memorizzazione a livello di memoria implicita e procedurale del significato pericoloso che un oggetto detiene dopo l’esperienza conflittuale da punto di vista biologico.