Mason, con l’idea che il “mediatore unico” ipotizzato da Selye fosse rappresentato dalle emozioni, è stato il ricercatore che più si è avvicinato alla scoperta delle leggi biologiche di Hamer. Purtroppo, alla fine degli anni Settanta, la ricerca sulle emozioni era ancora troppo confusa e contraddittoria per poter sostenere una tesi di tale portata e, in ogni caso, condizionata dal vecchio paradigma riduzionistico e dualista. La emozioni hanno rappresentato un oggetto di interesse per scienziati e pensatori di tutti i tempi. Dai tempi antichi in cui si disquisiva su temperamenti, passioni e umori, filosofi, lettereati e uomini di scienza hanno tentato di spigare e collocare all’interno dell’esistenza umana il senso e la funzione della dimensione emozionale. Gli scienziati hanno cercato di scoprire, oltre al capirne il funzionamento, dove fosse la sede delle emozioni, ma i problemi erano rappresentati dal fatto che il contenuto cosciente dell’emozione - il sentimento, come è definito in neurobiologia - mal si presta all’indagine scientifica. Per questo, l’emozione è rimasta campo d’indagine da parte delle discipline fondate sull’introspezione, come la psicoanalisi, ma che non permette una comprensione biologica del funzionamento, oppure si è limitata allo studio delle reazioni comportamentali fisiologiche, come, ad esempio hanno fatti i comportamentisti, giudicando la coscienza un tema inadatto all’indagine scientifica, oppure è stata deliberatamente esclusa dall’indagine, come ha fatto la corrente di pensiero denominata congitivismo, centrata maggiormente sui processi inconsci di elaborazione dell’informazione, piuttosto che sui contenuti di tale elaborazione.

La comprensione dei meccanismi emotivi, quindi, è stato sicuramente il campo più difficoltoso per le scienze della mente nell’ultimo secolo. William James, considerato il padre della psicologia americana, scrisse nel 1884 un articolo apparso sulla rivista “Mind” dal tipolo “What is an emotion?” (Cos’è l’emozione?) che fece storia e diede inizio, di fatto, all’indagine sulla natura delle funzioni emotive.

La riflessione di James partiva dalla seguente domanda: “Perché di fronte ad un orso proviamo paura?” A quel tempo, così come, per certi versi attualmente, il senso comune sosteneva che, di fronte un orso proviamo l’emozione della paura perché è pericoloso e, in conseguenza a ciò, scappiamo. Ebbene, W. James propose una prospettiva diversa: egli sosteneva che, di fronte all’orso, l’organismo reagisce con una risposta essenzialmente fisica che, nel momento in cui viene percepita a livello cosciente, genera successivamente l’emozione della paura. L’emozione, secondo James, sarebbe, pertanto, l’effetto sulla coscienza della retroazione da parte dell’organismo: in altri termini, non scappiamo perché abbiamo paura, ma abbiamo paura perché siamo spinti alla fuga (James, 1884). La prospettiva di W. James gettò le basi per una indagine sulle emozioni che tenesse conto della dimensione fisico-corporea, quale elemento sostanziale di mediazione in quel fenomeno che chiamiamo emozione. In effetti, i contenuti coscienti dell’emozione sono sostanzialmente delle percezioni di stati fisici: il cuore che accelera, la pelle che suda, una pressione al petto, una contrazione delle viscere, ecc. Appare sensato, quindi, considerare il coinvolgimento del corpo nel processo emozionale. Ma in che termini? Gli studi successivi portarono a considerare che le risposte fisiche fanno sì parte integrante delle emozioni ma, visto il tempo in cui esse avvengono, sostanzialmente più lungo rispetto alla percezione cosciente, condussero W. Cannon, che abbiamo già incontrato a proposito delle ricerche sulla reazione d’allarme e P. Bard formulare nel 1929 una teoria secondo la quale le emozioni coscienti, ovvero i sentimenti, e le reazioni del corpo avvengono attraverso meccanismi indipendenti e separati: lo stimolo emotivo (che arriva all’organismo attraverso i canali sensoriali che confluiscono nel talamo) produce i sentimenti per azione diretta sulla corteccia cerebrale, mentre, attraverso circuiti paralleli, a mediazione ipotalamica, viene generata una risposta fisica (Cannon, 1929; Bard, 1929). Il dibattito proseguì tra queste due posizioni fino agli anni Cinquanta, quando venne formulata una delle teorie che ebbero più seguito nella ricerca sulle emozioni. Nel 1949, infatti, il ricercatore Paul McLean ipotizzò la teoria del “cervello viscerale”, come lo chiamò inizialmente, o “sistema libico”, come lo ribattezzò nel 1952, come la sede del “cervello emotivo”, ovvero la sede delle strutture responsabili delle emozioni (McLean, 1949, 1952). McLean riprese la teoria formulata poco prima della seconda guerra mondiale da James Papez, un anatomista che descrisse un circuito particolare quale responsabile dell’esperienza emotiva. Da considerazioni analoghe a quelle di Cannon e Bard, Papez pensava che gli stimoli sensoriali, afferenti attraverso le vie talamiche andassero direttamente alla corteccia cerebrale e all’ipotalamo. Le esperienze emotive, però, sarebbero state generate anche dal coinvolgimento del talamo anteriore, dall’ippocampo e dalla corteccia cingolata, una parte della corteccia mediale degli emisferi - chiamata anche rinencefalo - filogeneticamente più antica. Proprio alla corteccia cingolata Papez assegnava la funzione d’integrazione tra gli stimoli provenienti dalla corteccia cerebrale laterale - filogeneticamente più recente - e dall’ipotalamo (Papez J.W., 1937). Ebbene, Paul McLean riprese il circuito di Papez e tentò una teoria generale del cervello emotivo, influenzato non solo dalla neuroanatomia, ma che dalla psicologia dell’inconscio freudiana. Il punto di partenza, a quell’epoca, era che nella genesi delle emozioni erano determinati l’ipotalamo, da un lato e la corteccia cerebrale laterale, o neocorteccia, dall’altro; si sapeva, però che tali strutture avevano poche vie di connessione tra loro. Condiderando, quindi, che l’esperienza cosciente delle emozioni fosse probabilmente dettata dall’attività della neocorteccia - universalmente considerata sede dell’attività sensomotoria – ma che questa non fosse in grado di influenzare l’ipotalamo e, quindi, le attività viscerali, e considerando, invece, che fossero le regioni filogeneticamente più antiche del rinencefalo a poterle influenzare, McLean identificò il “cervello viscerale” proprio nelle zone rinencefaliche. Mentre la neocorteccia “è signora della muscolatura e favorisce le funzioni dell’intelletto”, il cervello viscerale “ordina il comportamento affettivo dell’animale in certi impulsi elementari come procurarsi e assimilare il cibo, fuggire davanti al nemico o liberarsene oralmente, riprodursi e così via” (McLean, 1949). La teoria del cervello viscerale nasceva anche dalle considerazioni evoluzionistiche del sistema nervoso: McLean pensava che negli animali primitivi fosse proprio il cervello viscerale a garantire la sopravvivenza e l’adattamento funzionale alle circostanze di vita; nei mammiferi, lo sviluppo successivo della neocorteccia avrebbe permesso quelle funzioni superiori che vedono nell’uomo il loro massimo raggiungimento.

Tabella 7. La teoria del sistema limbico: un’ipotesi ap-parentemente convincente ma che si è rivelata priva di fondamento

Tabella 7. La teoria del sistema limbico: un’ipotesi apparentemente convincente ma che si è rivelata priva di fondamento

Da questo punto di vista, quindi, McLean identificava nei sentimenti una funzione d’integrazione tra gli stimoli provenienti dall’esterno e quelli provenienti dall’interno. Tale integrazione era funzione, appunto, del cervello viscerale; in esso, l’ippocampo svolgeva una funzione fondamentale; secondo McLean era una sorta di “tastiera emotiva” in grado di generare le vaire tonalità dei sentimenti che proviamo. In una formulazione successiva, McLean denominò “sistema limbico” le parti del cervello che avrebbero costituito il sistema responsabile delle emozioni: rispetto al circuito di Papez, vi aggiunse l’amigdala, il setto e la corteccia prefrontale. Il sistema limbico di McLean era un vero e proprio sistema evoluto per mediare le funzioni viscerali ed i comportamenti emotivi ed istintivi come procurarsi il cibo, procreare, difendere il territorio, ecc (McLean, 1952). Infine, l’aspetto evolutivo fu specificato ancora meglio nella “tripartizione” del cervello: secondo McLean, nell’evoluzione delle specie animali, il cervello si sarebbe evoluto dalle funzioni arcaiche del tronco encefalico, tipico dei rettili, a quelle dei paleomammiferi e, solo alla fine, nelle funzioni superiori dei neomammiferi. Nella teoria del cervello trino, il sistema libico corrisponde sostanzialmente al cervello dei paleomammiferi (McLean, 1970). La teoria del sistema limbico, come sede delle emozioni, sembrò così convincente che tutt’ora è considerato il modello tra i più utilizzati per spiegare il funzionamento emotivo. Per decenni, infatti, sembrava potesse dare tutte le risposte in merito al funzionamento delle emozioni, se non altro, nella loro topografia neuroanatomica; inoltre, la concezione evolutiva rendeva plausibile il senso delle emozioni al processo di adattamento e sopravvivenza. Si pensava, grazie, quindi, alla teoria del sistema libico, che “il cervello emotivo” avesse una localizzazione unica. Ora sappiamo, però, che non è così! In ogni caso, sull’onda della tripartizione del cervello (cervello “rettile”, del “paleomammifero” e “neomammifero”) sembrava plausibile che le emozioni fossero generate dal cervello del paleomammifero e che le funzioni della corteccia avessero una funzione di regolazione su di esso; su questa linea proseguì la ricerca e la speculazione sulle emozioni che condussero Stanley Schachter e Jerome Singer a formulare l’ipotesi, di stampo congitivista, nel 1962, secondo la quale sarebbero le attribuzioni e le spiegazioni cognitive che vengono operate dalla corteccia sugli stati fisici che vengono percepiti a determinare quelli che diventano stati emotivi. In altri termini, gli individui percepiscono sensazioni corporee che, a seconda di come vengono etichettate, generano un’emozione piuttosto che un’altra (Schachter, Singer, 1962). Altri ricercatori cognitivisti, come Magda Arnold e Richard Lazarus, che abbiamo già nominato a proposito delle ricerche sullo stress, insistevano sulla valutazione come elemento determinante ai fini dell’esperienza emotiva: emozioni diverse si distinguerebbero l’una dall’altra perché valutazioni diverse susciterebbero tendenze diverse all’azione che darebbero, quindi, luogo a sentimenti diversi (Lazarus, 1966). La teoria della valutazione, di stampo cognitivista, dominò la scena della ricerca sulle emozioni per decenni, per lo meno fino agli anni Ottanta, anche se si sono fondate su due elementi che, alla lunga, come vedremo, hanno portato fuori pista. Il primo errore è stato quello di analizzare le valutazioni dalla verbalizzazione dei soggetti, quando l’introspezione non dà una visone affidabile dei funzionamenti mentali; in secondo luogo, la teoria cognitivista della valutazione ha dato troppo peso ai processi della cognizione, negando la differenza tra emozione e cognizione. In effetti, alcune ricerche effettuate negli anni Settanta, hanno dimostrato l’infondatezza dell’intero impianto del sistema limbico come sede del cervello emotivo, nonché l’assoluta necessità di ridefinire il concetto di valutazione. Il neuroanatomista Antony Brodal, ad esempio, ha dimostrato l’impossibilità di accomunare, sulla base dell’evoluzione, strutture quali il lobo limbico, il rinencefalo ed il cervello viscerale (Brodal, 1982); inoltre, tutto il concetto di sistema limbico era fondato sulla connessione delle strutture che lo compongono con l’ipotalamo: L.W. Swanson, però, ha dimostrato, attraverso metodiche più sofisticate, che l’ipotalamo è collegato con tutti i livelli del sistema nervoso e, da questo punto di vista, quindi, tutto il cervello sarebbe da definirsi “sistema limbico” (Swanson, 1983). Oltre a ciò, si è visto che l’ippocampo, una struttura fondamentale, secondo McLean, per le “tonalità emotive” è implicato non tanto nelle funzioni autonome ed emotive, quanto in quelle cognitive. Infatti, le lesioni dell’ippocampo, e di alcune zone del circuito di Papez, come i corpi mammillari e il talamo anteriore, hanno pochi effetti coerenti sulle funzioni emotive, mentre producono disordini gravi della memoria cosciente o dichiarativa, cioè sulla capacità di sapere cosa si è fatto pochi attimi prima, di immagazzinare l’informazione, di richiamarla e di descrivere verbalmente quanto ricordato. Vale a dire su quei processi che, secondo McLean, non spettavano né al cervello viscerale né al sistema limbico. L’assenza relativa di implicazione nell’emozione e la chiara implicazione nella cognizione contraddicono quindi l’idea che il sistema limbico, comunque lo si definisca, sia il cervello emotivo (LeDoux, 1991) Un contributo fondamentale nella comprensione dei meccanismi emotivi arrivò nel 1980 grazie a Robert Zajonc, il quale affermò, nel suo storico lavoro del 1980 “Feeling and Thinking: Preferences Need No inferences” che l’emozione precede la cognizione (Zajonc, 1980). Il suo concetto di “affezione inconscia”, inteso come elaborazione emotiva prodotta al di fuori della consapevolezza, dimostrò che le reazioni emotive possono aver luogo in assenza di consapevolezza degli stimoli, gettando le basi per l’idea che l’emozione non è solo cognizione. Le ricerche di Zajonc si basavano sulle stimolazioni subliminali: altri ricercatori seguirono tale filone confermando le acquisizioni dell’elaborazione inconscia. Divenne sempre più chiaro, quindi, che l’emozione avviene per processi inconsci e non c’entra con la cognizione (Bornstein, 1992; Bargh, 1992). Da tutte le ricerche successive si può affermare, quindi che McLean abbia sbagliato a includere in un unico sistema l’intero cervello emotivo e la sua storia evolutiva. “Credo che la sua logica dell’evoluzione emotiva fosse perfetta ma troppo estesa. Le emozioni sono sicuramente delle funzioni coinvolte nella sopravvivenza, ma siccome emozioni diverse riguardano funzioni di sopravvivenza diverse - difesa contro il pericolo, trovare del cibo, accoppiarsi, occuparsi della progenie, e così via - ognuna potrebbe appartenere a sistemi cerebrali diversi, evolutisi per ragioni diverse. E dunque i sistemi emotivi potrebbero essere non uno ma tanti” (LeDoux, 1996) Sempre secondo LeDoux, “l’ipotesi di lavoro più praticabile è che diverse classi di comportamento emotivo rappresentino funzioni diverse che si occupano di diversi problemi dell’animale, e ai quali sono dedicati sistemi cerebrali diversi. Se è così, emozioni distinte vanno studiate in quanto unità funzionali distinte” (LeDoux, 1996) Dalla storia dell’orso di William James, quindi, arriviamo alle conoscenze attuali della neurobiologia in merito al cervello emotivo. Queste possono essere così riassunte:  Le emozioni sono una risposta complessa dell’organismo ad uno stimolo sensoriale che proviene dall’esterno o dall’interno. Esse sono prodotte automaticamente dal cervello, sulla base della percezione di uno stimolo “emozionalmente adeguato”. “Tutta la catena d’eventi è innescata dalla presentazione di un oggetto adatto, lo stimolo emozionalmente adeguato. L’elaborazione di quello stimolo, nel contesto specifico in cui si manifesta, conduce alla selezione e all’esecuzione di un programma preesistente: l’esperienza emozionale” (Damasio, 2003). Il cervello, cioè, è predisposto dall’evoluzione a rispondere a determinati stimoli, con specifici repertori d’azione, anche se può rispondere a molti altri stimoli che, per apprendimento nel corso delle esperienze di vita sono divenuti emotivamente significativi (Da, ). In altri termini esistono determinati stimoli che appartengono alle codifiche nella specie tramandate geneticamente; al tempo stesso, durante la vita, determinate esperienze possono imprimere nella memoria l’acquisizione che un determinato stimolo è significativo in termini di sopravvivenza per l’individuo: è il caso,ad esempio, delle esperienze traumatiche, in grado di sensibilizzare l’organismo ad una risposta secondo il meccanismo descritto da Pavlov del condizionamento operante. L’attivazione emotiva avviene mediante un meccanismo del tipo “chiaveserratura”: uno stimolo emotivamente significativo funge da chiave nel dispiegamento della risposta emotiva - che funge, pertanto da serratura. In altri termini, non tutti gli stimoli attivano una risposta, ma soltanto quelli per i quali esiste una “serratura”. Questo meccanismo spiega il funzionamento degli istinti: ad esempio un individuo che risponde a determinate caratteristiche del “partner sessuale” sarà in grado di generare una risposta d’eccitazione, chiamata istinto all’accoppiamento. Al tempo stesso questo meccanismo spiega le basi neurobiologiche del costruttivismo, una corrente di pensiero che riconosce quanto la conoscenza non è un processo assoluto ma è “creata” dall’osservatore: non conosciamo il mondo per quello che è ma, sulla base delle nostre categorie, isoliamo la nostra esperienza del mondo (Maturana e Varela, 1987) Il risultato delle risposte emotive è una modificazione dello stato del corpo che viene registrato a livello cerebrale in mappe di quello specifico stato corporeo. L’emozione, cioè, è la mappa del corpo in un determinato stato, una sorta di fotografia delle condizioni “viscerali” dell’organismo in un determinato momento. Ad esempio, quello che noi chiamiamo “tranquillità” corrisponde ad una percezione del nostro corpo in un determinato stato, appartenente, generalmente, alla categoria delle sensazioni gradevoli, mentre ciò che chiamiamo paura, invece, corrisponde ad uno stato corporeo ben differente che, generalmente appartiene alla categoria delle sensazioni spiacevoli, che, quindi, ci spingono ad intervenire per modificare la situazione che lo determina. Antonio Damasio ha, a questo riguardo, ipotizzato la teoria del cosiddetto “marcatore somatico”, una sorta di immagine o rappresentazione sensoriale che viene integrata nella memoria implicita quando uno stimolo è o diventa emotivamente significativo. Quando lo stimolo compare, non serve, come sosteneva William James che si attivino delle risposte di retroazione da parte del corpo, rivelatesi troppo lente per generare un sentimento: è sufficiente che lo stimolo attivi l’immagine dello stato corporeo - il marcatore somatico - per avere la percezione cosciente di una emozione (Damasio, 1994). Inoltre, sappiamo con certezza che il cervello emotivo opera sostanzialmente a livello inconscio e produce risposte dirette sul corpo, di tipo viscerale, mediate dal sistema nervoso autonomo. La modificazione dello stato del corpo che viene registrata nella risposta emotiva è determinata da un’azione diretta sugli organi e tessuti, attraverso la loro innervazione autonoma. Un aumento improvviso del tono simpatico produce ad esempio… Tutte le risposte emotive hanno la funzione di regolazione e adattamento dei processi vitali e di attivazione di una risposta adeguata alla richiesta ambientale ai fini di promuovere la sopravvivenza. Gli organismi viventi, in altri termini, sono costituiti in modo da mantenere la coerenza delle proprie strutture e delle proprie funzioni, a dispetto delle numerose circostanze che possono metterne a rischio la vita. Le risposte emotive appartengono a quei dispositivi contenuti nei circuiti cerebrali che, una volta attivati dal verificarsi di particolari condizioni interne o esterne, puntano alla sopravvivenza e al benessere dell’organismo.  Le risposte emotive non sono determinate da un unico sistema emotivo: si attivano sistemi differenti da stimoli emotivi diversi (LeDoux, 1996). Così come esiste un sistema della paura, così esiste un sistema per procacciarsi il cibo o per l’accudimento dei cuccioli. Ogni emozione, cioè, attiva un determinato sistema! Hamer ha dedotto questo aspetto notando direttamente sulla TAC l’interessamento di aree specifiche e sempre precise a seconda del contenuto emotivo vissuto dall’individuo. Così come a livello cerebrale si attivano aree diverse, anche il sistema nervoso autonomo, che controlla le viscere, reagisce selettivamente e attiva organi diversi. In uno studio del 1992, Levenson ha mostrato come si possano addirittura distinguere le varie emozioni (rabbia, paura, disgusto, tristezza, felicità, sorpresa) proprio misurando le diverse risposte del sistema nervoso autonomo, come la temperatura della pelle, la frequenza cardiaca, ecc. (Levenson, 1992). A stimoli diversi, quindi, corrispondono attivazioni cerebrali diverse, che corrispondono ad emozioni diverse, che corrispondono ad attivazioni viscerali diverse: sembra qualcosa che ricorda proprio la legge ferrea del cancro! Nello specifico, inoltre, si attivano i sistemi che sono deputati ad una determinata funzione. Un determinato sistema viene attivato quando è implicata la funzione per cui quel sistema è deputato, ad esempio il sistema della paura per la difesa, il sistema dell’accudimento per la cura della prole, il sistema sessuale per l’accoppiamento, e così via. Le emozioni, quindi, rappresentano la parte di un meccanismo complesso, che si è evoluto intelligentemente nel corso del tempo; esse sono funzionali alla sopravvivenza in quanto producono risposte precise e sensate sulla base del tipo di stimolo, generando delle spinte all’azione per favorire l’adattamento. Quando tali reazioni arrivano alla coscienza abbiamo quell’esperienza consapevole denominata emozione cosciente o sentimento. Le emozioni hanno lo scopo di fornire risposte adattative immediate; appartengono a dispositivi antichi nella storia dell’evoluzione, ben precedenti lo sviluppo della capacità di “provare” sentimenti, per i quali, oltre alla funzione della coscienza è necessario anche la costituzione della coscienza di un sé. I sentimenti, dal punto di vista evolutivo, avrebbero quindi, una funzione “superiore” alle emozioni e, nello specifico la possibilità di una valutazione migliore e ponderata in merito a decisioni complesse (Damasio, 2003). I sentimenti, quindi sono un sistema per elaborare risposte più precise ma che necessitano di un tempo relativamente lungo. I sentimenti rappresentano, quindi, una dotazione dell’evoluzione finalizzata alla possibilità di risolvere problemi complessi o prendere decisioni che richiedono tutta una serie di valutazioni a lungo termine e comparative; l’organismo rimane, tuttavia, dotato dei meccanismi filogeneticamente più antichi e più rapidi, anche se meno precisi. LeDoux parla delle cosiddette “vie alte” e “vie basse” di elaborazione. La via bassa di elaborazione, che nel caso della paura, ad esempio, coinvolge l’amigdala, è in grado di attivare delle risposte automatiche di tipo viscerale, senza la mediazione dell’elaborazione cosciente. La “via bassa” corrisponde alla storica reazione d’allarme, già studiata da Cannon. Per fare un esempio della differenza tra una risposta “alta” ed una “bassa”, basti pensare, ad esempio a cosa succede quando immergiamo la mano in un recipiente con dell’acqua che si sta riscaldando. Sentendo il calore che sale, arriveremo ad un determinato momento in cui ci accorgeremo che la temperatura è troppo calda e dovremo ritirare la mano (reazione mediata dall’esperienza cosciente); ma nel caso in cui mettessimo la mano in un recipiente d’acqua bollente, senza saperlo, avremmo una risposta di retrazione immediata della mano, automatica, ancor prima di essercene accorti (via bassa di elaborazione). Gli eventi emotivamente significativi che giungono inaspettati vengono, quindi, processati da vie nervose dirette ed immediate, in grado di attivare delle risposte viscerali, ancor prima che la nostra coscienza possa tranquillamente rendersene conto. In questi casi, non abbiamo il lusso di poter decidere mediante una valutazione emotivamente cosciente, ma la decisione viene presa dal programma emotivo che, nello specifico, lo stimolo ha attivato.