Se associamo questa significativa riflessione di Carl Gustav Jung alla valenza conscia e inconscia del simbolismo e delle emozioni, potremmo riconsiderare malessere e malattia come una chiave di lettura di qualcosa che prima ancora del suo manifestarsi attraversa il nostro sentito. In tal caso -ferme restando tutte le cure possibili per aiutare il paziente nel percorso verso la salute cui ha diritto-, si potrebbero fornire spunti per una presa di coscienza delle tematiche individuali, nel superamento delle quali poter recuperare motivazioni forti, volte al potenziamento delle terapie farmacologiche33 e a una guarigione intesa oltre il corpo fisico.
Una donna con un cancro alla mammella sinistra, ad esempio, potrebbe essere edotta sui messaggi del proprio corpo. Potremmo invitarla a riflettere se, per caso, non abbia vissuto un doloroso conflitto, percependo biologicamente ed emotivamente un senso di vuoto in seguito all’eventuale abbandono del ‘nido’ da parte del proprio figlio o di un altro componente della famiglia. Per antica memoria, l’istinto all’allattamento nelle donne destrimani viene effettuato offrendo al bambino proprio il seno sinistro, mentre la mano destra ha maggiore forza per reggere il neonato; la questione si inverte nelle donne mancine. Una disposizione che resta iscritta nell’inconscio più profondo; di fronte a ciò che costituisce una minaccia (reale o vissuta come tale), la persona somatizza attraverso espedienti simbolici (la malattia). Un istinto di sopravvivenza quindi, un modo per manifestare ciò che costituisce uno shock, elaborato attraverso ricorsi psico-biologici, plausibili ad un nuovo modo vivere. Dunque, questa ipotetica donna (che probabilmente razionalmente si è persino ‘fatta una ragione’ del vuoto creatosi nel proprio nido), potrebbe essere aiutata durante il percorso terapeutico a riconoscere quanto vissuto e ancora presente nella propria emotività inconscia. Quest’ultima opererà nella biologia del cervello, che agirà silenziosamente interessando specifiche aree cerebrali e stimolando processi biochimici volti all’attivazione incessante di neurotrasmettitori, neuropeptidi e ormoni (come vedremo più avanti) che coinvolgeranno sistema immunitario e organi-bersaglio. La comprensione delle proprie molteplici possibilità come essere umano, donna, madre, la riscoperta del proprio tempo e della propria creatività, di un modo differente di osservare la realtà, potrebbero aprire nuovi scenari di speranza circa il proprio ruolo, il proprio valore, il proprio spazio. Una guarigione conseguita in modo così integrato diventa molto più di una storia che (nel migliore dei casi) finisce bene, un sospiro di sollievo, una paura che passa (ma poi, passa davvero?). Riflettere e superare i conflitti che fanno ammalare rappresenta qualcosa di importante: permette di sperimentare uno stato nel quale la coscienza si espande verso la consapevolezza di ciò che siamo.
L’ipotetico esempio riportato è solo uno dei tanti: potrebbe essercene uno per ogni organo, ghiandola, sistema. E così, un problema all’apparato digerente potrebbe riguardare un’altra tematica, un conflitto relativo a qualcosa che l’individuo non ha ‘buttato giù’ o non ha ‘assimilato’ o non riesce a eliminare; l’apparato scheletrico potrebbe raccontare molto sul valore di sé e il sentirsi sostenuti; i reni sul proprio territorio e la paura di essere invasi nel proprio spazio; i polmoni sulla relazione con la tristezza e l’idea della morte; l’ipofisi nell’aver percepito un attacco alla propria vita, il sistema immunitario circa il sentirsi costantemente in trincea o al contrario paralizzati nelle proprie difese….e così via. Come possiamo osservare, ogni vissuto significativamente traumatico, qualora non venga elaborato alla luce di nuove prospettive di resilienza, crea situazioni psichiche sostanzialmente riducibili a tre condizioni emozionali che innescano il processo P.N.E.I.: reazioni ‘negative’(rabbia, paura, vergogna, collera, risentimento), blocco dell’emotività, carenze emozionali positive. Vedremo come, nell’approccio proposto nel secondo capitolo, tali risposte attivino reti neuronali e specifiche aree del cervello con produzione di peculiari sostanze. Le virgolette con cui si indicano le emozioni ‘negative’ stanno a significare quanto invece esse possano essere illuminanti per poter indagare e risolvere l’evento scatenante.
Tanti sono gli studiosi si sono dedicati al linguaggio simbolico del corpo secondo la personale visione (frutto di studi non convenzionali e osservazioni sul campo), relativamente a disturbi e malattie. Indagini spesso supportate esclusivamente da valutazioni a carattere empirico poiché, orientate a indagare la complessità che caratterizza l’essere umano, sono state di norma ignorate dalla comunità scientifica vigente. Ricordiamo, tra i tanti, Ryke Geerd Hamer, Claudia Rainville, Lise Bourbeau, Michel Montaud. Costoro, pur coi limiti della personale interpretazione, hanno fornito spunti interessanti nel considerare gli aspetti animici dell’essere umano; e l’anima, si sa, non ha peso, o perlomeno non un peso tale da potersi misurare in laboratorio. Spesso i loro punti di vista coincidono, talvolta assumono sfumature diverse: indipendentemente da ciò, in ottica medico-antropologica, ne isulta stimolata una lettura più ampia della malattia e nuove prospettive per una cura integrata.
La localizzazione organica e sistemica rappresenterebbe dunque (come vedremo nello spazio dedicato al Bio-Explorer) la risposta ultima di un riflesso simbolico che a livello materico/molecolare ha inizio con l’espressione di sostanze eccitatorie/inibitorie delle cellule neuronali.
La diade mente-corpo che caratterizza l’uomo (e anche l’animale, pur essendo quest’ultimo privo di cultura) ha la specificità di essere indissolubile e di agire in modo bidirezionale. Purtroppo ancora oggi nell’ambito medico viene preso in considerazione solo l’essere in quanto aggregato di cellule e organi, le parti che possono essere più facilmente analizzate, come se ciò che non possa essere calcolato secondo gli standard ufficiali abbia in fondo poca importanza. Per contro, in molti degli approcci psicoterapeutici (soprattutto quelli attivi nella sanità pubblica), il corpo viene lasciato a sé, trascurando altresì lati profondi che si agganciano a piani metafisici, archetipi, memorie collettive, sistemi di credenze.
Se una miriade di culture, geograficamente lontane tra loro, hanno optato per interpretazioni e modalità integrate riguardo il malessere e la malattia non è certo per l’impossibilità di usare farmaci di sintesi! Altrimenti il problema sarebbe potuto essere benissimo ovviato con l’uso di altri medicamenti, quali ad esempio le piante medicinali, dotate di principi attivi in grado di curare. Eppure, uomini di medicina, sciamani, curanderos, guaritori di ogni specie, mai si sarebbero sognati di separare le singole sostanze vegetali dalla sinergia di tutti i componenti della pianta, come pure quest’ultima dalla propria componente sacrale. Non possiamo certo mettere sullo stesso piano quei mondi (ancora funzionali e funzionanti in molte realtà etnologiche) con quello in cui viviamo: si invita solo a riflettere sulla ‘coincidenza’ che ha visto culture differenti agire secondo una comune visione.