La scelta di sondare universi apparentemente lontani nasce dall’idea che nessuno di essi sia mai veramente completo di per sé: così come l’essere umano si definisce nella relazione con l’altro, allo stesso modo i singoli ambiti disciplinari si perfezionano non soltanto grazie agli approfondimenti di settore, ma anche per loro continua interazione.
L’antropologia medica è una materia per sua natura integrata da apporti diversi: essi provengono, tuttavia, quasi esclusivamente da ambienti umanistici, poiché rami come quelli strettamente scientifici (chimica, fisica, fisiologia) mostrano frontiere difficilmente valicabili in assenza di adeguata formazione. L’esigenza di inoltrarsi in quegli ambiti già diversi anni or sono è andata di pari passo con la necessità di comprendere qualcosa di più riguardo i risvolti fisiologici connessi a esperienze di particolare impatto emotivo. Mi riferisco a rituali religiosi, stati di trances, ipnotici, meditativi, o semplicemente l’influenza di sistemi di credenze culturali e modelli mentali legati a consuetudini famigliari. Nel corso del tempo l’interesse si è allargato a tutti gli aspetti della relazione mente-corpo, includendo i vissuti traumatici. Ciò ha costituito una forte motivazione nella scelta di un percorso P.N.E.I.: intendere quanto possibile delle dinamiche psiche-cervello-organismo, non paga di osservarne solo la manifestazione esteriore.
Ovviamente, le diverse professionalità devono poter operare nel loro campo di pertinenza: credo, però, che la creazione di un metalinguaggio, oltre quello specialistico, possa contribuire a nuove forme di comunicazione e interazione, unitamente a una maggiore consapevolezza di ciò che è l’essere umano. L’etimologia è fondamentale, invitandoci a porre l’attenzione sul fatto che le parole non siano mai casuali: suono e struttura si fondono nella stessa funzione, quella di rammentarci significati dai quali non possiamo prescindere. E così ex-sistentia è ontologicamente legata a un’idea di ‘essenza’, qualcosa di ‘più alto’ che sgorga nel sé; poi vi è l’humus, il terreno ove il superiore fluire diviene carne. È così che l’Essere e l’Umano spiegano le due nature che
costituiscono l’Uno; è così che binomi quali ‘energia-materia’ della fisica teorica, ‘mente-corpo’ quale focus delle neuroscienze, sono semplicemente il naturale riflesso di una relazione innata. Se poi ci soffermiamo sul termine ‘persona’ la cosa si fa particolarmente interessante: il per suonare, ossia ‘suonare attraverso’, rimanda davvero a qualcosa di puro, di superiore, di sublime, che alita attraverso il sacro strumento corpo. E l’ascolto che ne consegue. Del resto, il suono sembrerebbe la manifestazione immediata dell’atto creativo primigenio, sia esso inteso quale ‘verbo’, ‘om’, ‘aum’ e simili. E ancora, ‘individuo’, da in e divìduus, esprime una unità che non può essere separata nelle sue componenti.
Il lavoro che vado a presentare parte da riflessioni a carattere squisitamente antropologico, per poi diramarsi verso l’ambito medico, almeno per quanto possa competere ad una umanista. Ci si augura che ogni piccolo contributo ispiri la messa a punto di modelli più consoni alle urgenze del terzo millennio, referenti che possano spaziare dal campo universalmente umanistico a quello più espressamente diagnostico-terapeutico. A tal fine, si è pensato di strutturare il lavoro in tre momenti separati, seppur strettamente connessi. Nel primo capitolo sono state ripercorse le origini e l’evoluzione della storia umana, riflesso della complessità degli aspetti mentali e biologici. Ciò ha portato all’idea dell’esigenza di un‘nuovo paradigma’ che possa riconsiderare la naturale propensione degli esseri umani (ma potremmo forse includere tutti i regni viventi) verso una condizione armonica, intesa quale percezione di nutrimento, appartenenza, protezione, completezza , appagamento, pace interiore. In tale contesto, si è inteso trattare il tema della coscienza e della complessità che esso sottende, richiamando gli stati generalmente considerati ‘non ordinari’, antica e naturale disposizione per accostarsi ad essa, considerata nella sua accezione più complessa, esulando dagli aspetti esclusivamente razionali. Non si poteva quindi trascurare il ruolo delle emozioni (incluso il loro correlato biochimico), che veicolano messaggi di un universo sconfinato, in cui si mescolano lingue e linguaggi, culture e archetipi, credenze e modelli, e strettamente legate al circuito sensoriale, da considerarsi nel duplice aspetto fisico e metaforico. Del resto, metafora
e rappresentazione costituiscono il leitmotiv del presente lavoro, rimandando a qualcosa di intrinseco che gli esseri umani da sempre utilizzano in modo istintivo: il simbolo, symballo, lega etimologicamente gli aspetti materiali e immateriali.
Proprio il referente simbolico permette di accedere al secondo capitolo, nel quale viene illustrata la filosofia alla base del Bio-Explorer, nonché il suo utilizzo quale strumento diagnostico con l’opportunità di simulazioni terapeutiche. L’interesse per la metodica prende origine dalla sua capacità di leggere la biochimica delle aree cerebrospinali e degli organi, con la possibilità di interpretarne il versante traumatico-emozionale-psicoaffettivo, talmente incisivo da innescare manifestazioni a livello di corporeo. Si parte dall’assunto che ogni sentito particolarmente drammatico (indipendentemente da una realtà oggettiva dell’evento) possa riflettersi su specifiche zone cerebrali, comportare l’espressione continua e non ordinaria di neurotrasmettitori, peptidi e ormoni, con plausibile ricaduta su determinati organi-bersaglio. Ognuna delle componenti considerate costituisce la parte fisica più rappresentativa nel processo di trasduzione simbolico-emozionale del vissuto dell’individuo. Lo strumento permette inoltre di verificare varie tipologie di markers, a partire da quelli infettivi e immunitari, accanto ad altri che rivelano la presenza di metalli pesanti, microorganismi e parassiti; cause, queste ultime, esogene, ma non avulse dai processi bidirezionali mente-corpo. L’associazione della serie di dati che emergono durante la visita permette una diagnosi completa del paziente, incluso lo stato psichico e la tipologia del trauma. Un algoritmo, infine, rivela il momento in cui si sono verificati eventi particolarmente cruciali. Si prendono in esame, inoltre, i singoli rami di ricerca, ossia le diverse fonti che hanno contribuito alla nascita del Bio-Explorer, richiamando pure gli apporti, il ruolo e la dedizione del suo inventore, l’Ingegnere Francesco Castrica. Si conclude con uno spazio dedicato alle modalità e ai campi di utilizzo dello strumento, che segna l’apertura di nuove frontiere diagnostico-terapeutiche; si sottolinea inoltre l’importanza di un approccio empatico col paziente, incentrato sulla resa del proprio ruolo quale protagonista attivo della vicenda terapeutica.
Nel terzo capitolo si procede all’analisi di alcuni casi clinici. Qui sarà
davvero interessante osservare come sostanze, aree cerebrali e organi, comunichino tra loro secondo modalità multidirezionali, pur essendo soggetti a processi differenti, segnalando cos’è che meriterebbe davvero attenzione, affinché il disequilibrio diventi occasione di consapevolezza e resilienza. Un suggestivo esempio per apprendere noi stessi la lettura di significati oltre l’apparenza, e l’importanza del dialogo, soprattutto quando esso appare difficile a causa di linguaggi così diversi.